| L'umanità
è stata ipnotizzata dall'idea della morte.
L'uso del parlare comune riflette l'illusione.
Spesso ricorrono, anche presso chi dovrebbe saperne
di più, le frasi: "mietuto dalla falce
crudele", "rapito nel fiore degli anni",
"la sua attività spezzata", "un'operosa
vita finita", che esprimono l'idea che l'individuo
abbia cessato di esistere e sia ridotto nel nulla.
Ciò si osserva particolarmente nel mondo
occidentale. Sebbene la religione dominante in
Occidente insegni le gioie dell'aldilà
in così vividi termini, che logicamente
ogni credente dovrebbe salutare con piacere il
transito e i parenti e gli amici indossare vistosi
abiti e adornarsi di fiori sgargianti per celebrare
il passaggio della persona amata a una sfera più
felice e brillante dell'esistenza, noi vediamo
esattamente il contrario. L'uomo comune, nonostante
la sua fede e le sue credenze, teme sempre l'avvicinarsi
della "crudele mietitrice", e i suoi
amici indossano abiti scuri ed esprimono con ogni
altro mezzo il convincimento di avere per sempre
perduto la persona amata. In contrasto con il
loro credo, con l'espressione della loro fede,
la morte incute un terrore che essi non riescono,
in apparenza, a vincere. Da queste spaventose
emozioni si sono liberati coloro che hanno acquistato
la coscienza della fallacia dell'idea della morte.
Pur sentendo naturalmente la tristezza del temporaneo
distacco, per essi tuttavia la persona amata è
semplicemente passata in un'altra fase della vita,
e nulla si è perduto, nulla è finito.
C'è un antico racconto indù che
narra di un verme che, sentendo avvicinarsi il
languore premonitore della fine dello stadio strisciante
dell'esistenza e dell'inizio del lungo letargo
dello stadio di crisalide, chiamò intorno
a sé gli amici:
"È triste, disse, pensare che io debba
lasciare la vita così piena per me di brillanti
promesse di futuri successi. Mietuto dalla inesorabile
falciatrice nel fiore degli anni, io sono un esempio
della crudeltà della natura. Addio, amici,
per sempre addio. Domani non sarò più".
E, fra le lacrime e i lamenti degli amici che
circondavano il suo letto, si spense. Un vecchio
verme, addolorato, osservò:
"Il nostro buon fratello ci ha lasciato.
Il suo fato è anche il nostro. Uno dopo
l'altro saremo abbattuti dalla spietata falce,
come l'erba sul campo. La fede ci da la speranza
di risorgere, ma forse questa è solo l'eco
di una vana aspirazione. Nessuno di noi sa nulla
di concreto circa un'altra vita. Piangiamo, fratelli,
il comune fato della nostra razza". E così,
tristemente, si separarono.
Noi tutti comprendiamo l'ironia di questo racconto
e sorridiamo al pensiero dell'ignoranza che circondava
il primo stadio della trasformazione dell'inferiore
essere strisciante nella variopinta creatura che
a suo tempo sarebbe emersa dal sonno della morte
in una più alta forma di vita. Ma non è
il caso di sorridere delle fallaci idee dei vermi
perché essi erano come voi e come me. Il
narratore indù di secoli fa ha dipinto
in questo piccolo racconto l'ignoranza e l'errore
degli uomini. Tutti gli occultisti riconoscono
negli stessi vermi-crisalidi-farfalle il quadro
della trasformazione che attende ogni mortale,
uomo o donna. La morte per gli esseri umani non
è fine o scomparsa più di quanto
non lo sia il letargo del verme. In ambedue i
casi la vita non cessa neppure un istante; la
vita continua, mentre la natura opera i suoi mutamenti.
Consigliamo a ogni allievo d'imprimersi nella
mente la lezione di questo apologo, raccontato
per secoli ai fanciulli indù e trasmesso
dall'una all'altra generazione. Strettamente parlando,
dal punto di vista orientale, la morte non esiste.
Il nome è una menzogna; l'idea, una fallace
credenza nata dall'ignoranza. Non c'è morte,
c'è solo vita, con molte fasi e forme e
delle quali alcune gli uomini chiamano morte.
Nulla muore in realtà, benché tutto
subisca un cambiamento di forma e di attività.
Edwin Arnold ha nobilmente espresso questo concetto
in una sua traduzione:
"Mai conobbe principio l'anima né
conoscerà fine. Fine e principio sono sogni.
Senza principio né fine, immutabile, l'anima
resta eterna; la morte non l'ha neppure sfiorata,
anche se morta sembra la casa in cui alloggia".
I materialisti spesso oppongono, come argomento
contrario al persistere della vita oltre lo stadio
della morte, l'assunzione che tutto nella natura
è soggetto a morte, dissolvimento e distruzione.
Se ciò fosse esatto, sarebbe ragionevole
dedurne come logica conseguenza la morte dell'anima
ma, in verità, nulla di tutto ciò
avviene nella natura. Niente in realtà
muore. Ciò che si chiama morte, anche delle
cose minime e apparentemente inanimate, è
semplicemente un mutamento di forma di condizione
dell'energia e delle attività che le costituiscono.
Neppure il corpo muore, nello stretto significato
della parola. Il corpo non è un'entità,
è un semplice aggregato di cellule, e queste
sono soltanto veicoli materiali di una certa forma
di energia che le anima e le rende vitali. Quando
l'anima abbandona il corpo, le unità che
lo compongono manifestano una reciproca repulsione
in luogo dell'attrazione che prima le teneva unite.
La forza unificatrice che le aveva costrette insieme
perde il suo potere e si manifesta la tendenza
contraria. Come ha ben detto un autore: "Il
corpo non è mai stato più vivo di
quando è morto" ovvero, secondo un
altro autore: "La morte è solo un
aspetto della vita, e la distruzione di una forma
materiale è solo il preludio alla creazione
di un'altra". Manca dunque, in realtà,
la maggiore premessa dell'argomento dei materialisti
e ogni ragionamento non può che essere
erroneo e condurre a false conclusioni. Ma l'occultista
progredito o qualsiasi altra persona spiritualmente
evoluta non si sofferma neppure a considerare
alcun argomento dei materialisti, anche quando
ve ne fosse un altro mille volte più logico.
Una persona che abbia risvegliato le proprie facoltà
psichiche e spirituali più elevate sa che
l'anima non muore quando il corpo si dissolve.
Quando si può lasciare il proprio corpo
dietro di sé, e percorrere effettivamente
le regioni dell'altra sponda, come possono molti
individui progrediti, ogni discussione puramente
speculativa o gli argomenti sulla realtà
della vita dopo la morte appaiono assurdi e futili.
Se a un individuo, il quale non abbia ancora raggiunto
lo stadio di discernimento psichico e spirituale
che gli consenta di avere la testimonianza delle
sue facoltà superiori circa la questione
della sopravvivenza dell'anima, la ragione chiede
qualcosa di simile a una prova, egli troverà
quello che cerca scrutando nel proprio Io. Perché,
come tutta la filosofia insegna, il mondo inferiore
è molto più reale in definitiva
di quello dei fenomeni esterni. L'uomo infatti
non ha un'effettiva conoscenza del mondo esterno:
egli ha solo le impressioni registrate dal suo
animo interiore. L'uomo non vede l'albero al quale
sta guardando, egli ne percepisce solo l'immagine
invertita formatasi sulla sua retina. Anzi, la
sua mente non vede neppure l'immagine, ricevendo
solo la vibrazione dei nervi le cui terminazioni
sono state eccitate da quella immagine. Per questo
non dobbiamo esitare e cominciare a passare in
rivista gli intimi recessi della nostra mente,
perché molte delle più profonde
verità sono registrate lì. La conoscenza
di molte fondamentali verità dell'Universo
è da ricercarsi nelle grandi regioni del
subcosciente e del supercosciente. In quei luoghi
due verità sono profondamente impresse:
a) la certezza dell'esistenza di una suprema potenza
universale, sotto, dietro e all'origine del mondo
materiale; b) la certezza dell'immortalità
del vero Essere, di quella "qualche cosa"
dentro di noi che il fuoco non può distruggere,
né l'acqua sommergere né la bufera
spazzare via. L'occhio mentale guardando dentro
di noi troverà sempre Dio, con la certezza
della sua immortalità. È vero che
questa prova è diversa da quella che si
richiede per gli oggetti fisici e concreti, ma
che importa? La verità ricercata è
un fatto della vita spirituale interiore e non
della vita fisica esterna; va dunque ricercata
nello spirito, non fuori di esso. L'intelletto
obiettivo concerne solo gli oggetti fisici, l'intelletto
soggettivo o intuizione riguarda gli oggetti fisici
e spirituali; il primo guarda al corpo delle cose;
al loro spirito il secondo. Nella ricerca della
conoscenza, guardate all'una o all'altra classe
di cose nell'appropriata regione del vostro essere.
Lasciate parlare l'anima e sentirete uscire fuori
forte, chiaro, glorioso il suo canto. Non c'è
morte; non c'è morte, non c'è morte;
non c'è che vita, ed è VITA ETERNA.
E’ questo il canto dell'anima. Ascoltatelo
nel silenzio perché soltanto allora le
sue vibrazioni possono giungere al vostro attento
orecchio. È il canto della vita che nega
la morte. Non c'è morte, non c'è
che vita eterna, eterna, eterna.
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