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IL
TESCHIO DEL DESTINO |
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L'incredibile
storia di un teschio di cristallo
Negli ultimi vent'anni la pietra più
straordinaria e misteriosa che esista
al mondo è rimasta in possesso
di una signora, che la conserva gelosamente
sotto un panno viola su di una mensola
di casa. Si tratta di uno stupefacente
teschio, dal peso di oltre 5 kg, scolpito
in un blocco di cristallo di quarzo puro,
appartenuto un tempo a una antica civiltà
perduta. Gli occhi sono dei prismi incastonati
e si dice che osservandoli si possa scrutare
nel futuro. Questa pietra unica è
detta il "teschio del destino".
Questo brano, ci serve bene come introduzione
a uno dei misteri più affascinanti
del XX secolo. |
Il
teschio apparteneva a un esploratore e viaggiatore,
un uomo amante dell'avventura di nome Albert ("Mike")
Mitchell-Hedges, nato nel 1882.
Alla sua morte, avvenuta nel 1959, la pietra è
passata alla sua attuale custode, la figlia adottiva
Anna Mitchell-Hedges, classe 1910, la quale ha
dichiarato che il teschio proveniva dagli scavi
archeologici effettuati presso le rovine di una
"città perduta" del Sudamerica,
il centro maya di Lubaantun, nell'Honduras britannico.
La signora racconta: «Fui io a scorgerlo
per prima, o per meglio dire, a segnalare a mio
padre che là sotto c'era qualcosa che luccicava.
Era la sua spedizione, e noi tutti ci davamo un
gran daffare per aiutarlo a rimuovere quella immensa
quantità di pietrame. Lubaantun significa
infatti "luogo delle pietre cadute".
Mi venne concesso di raccoglierlo, perché
ero stata la prima a vederlo». L'oggetto
era stato trovato proprio sotto quello che pareva
essere stato l'altare di un tempio maya. La data
ricordata dalla signora Anna è il 1924,
in disaccordo con una sua precedente dichiarazione
in cui aveva detto di averlo trovato proprio il
giorno del suo diciassettesimo compleanno, come
a dire tre anni più tardi. Ciò che
aveva trovato, consisteva nella parte superiore
del teschio, perché il resto, ossia la
mandibola, era stata scovata tre mesi dopo sotto
altre macerie, in un sito leggermente discosto
rispetto al primo. Resosi conto che quel prezioso
oggetto era un'eredità degli indigeni locali,
discendenti diretti dell'antico ed evoluto popolo
che l'aveva realizzato, Mitchell-Hedges aveva
deciso di lasciarlo alla gente del posto. Quando
però, durante la stagione delle piogge
del 1927 stava apprestandosi a fare rientro in
Inghilterra, i maggiorenti del luogo glielo avevano
restituito, in segno di gratitudine, per la sua
gentilezza e per la correttezza del suo comportamento.
Come sappiamo, anche i Maya sono un meraviglioso,
intrigante enigma. Anche se i loro più
antichi antenati risalgono a circa 1500 anni prima
della nostra era, la fioritura della loro straordinaria
civiltà si registrò solo fra il
700 e il 900 AC. Durante questa fase i Maya svilupparono
una civiltà altissima che conosceva la
scrittura, la matematica, disponeva di un preciso
calendario e realizzava imponenti opere scultoree
e architettoniche. Poi, di colpo, tutto era scomparso,
la civiltà maya era crollata e nessuno
ancora oggi sa perché. Qualcuno parla di
catastrofi naturali e terremoti, ma non vi sono
riscontri. Né si hanno tracce di violenze.
Insomma, un mistero. Sembra che i Maya abbandonassero
volontariamente le loro città per disperdersi
in altre località sperdute. Dopo di che
la loro civiltà, un tempo e mirabile, era
ripiombata nell'anonimato. Anche la parziale decifrazione
dei loro scritti non ci è di grande aiuto.
Secondo Mitchell-Hedges esisteva una stretta correlazione
fra i Maya e il leggendario continente di Atlantide,
che la leggenda dice sia stato sommerso dalle
acque dell'oceano Atlantico nella notte dei tempi.
Un altro esploratore, il colonnello Percy Fawcett,
sosteneva di aver trovato le prove attestanti
che i sopravvissuti di Atlantide avevano raggiunto
il Sudamerica e che in Brasile stava nascosta
la risposta a tanti interrogativi. Nel 1924 Fawcett
era scomparso nel corso di una spedizione in Brasile.
Mitchell-Hedges concordava con la sua ipotesi,
ma riteneva che gli Atlantidei fossero stanziati
più a nord, nella penisola dello Yucatan
o nel Centro America. La spedizione in Honduras
nel corso della quale era stato trovato il teschio,
era volta a dimostrare proprio questa teoria.
Mitchell-Hedges non aveva rintracciato alcuna
prova in merito, ma in compenso era riuscita a
venire a capo di alcune indicazioni riguardanti
il tesoro perduto del celebre Sir Henry Morgan,
il pirata che nel XVII secolo aveva preso (con
non poca crudeltà) la città di Panama.
Che cosa sappiamo, in realtà, del "teschio
del destino"? Di importante, pressoché
nulla. Risulta ricavato da un unico blocco di
roccia cristallina o quarzo chiaro. Secondo Mitchell-Hedges
vantava circa 3600 anni; il che voleva dire almeno
mille anni prima ancora delle prime tracce storiche
attribuite alla civiltà dei Maya. Per realizzarlo
erano occorsi almeno 150 anni, per ripulire e
scolpire, poco a poco, il duro blocco di quarzo
con l'azione di sabbia finissima. Nel suo “Gli
extraterrestri torneranno?” Erich von Daniken
va ancora oltre, quando dice (sbagliando): «Nel
teschio e nella sua perfetta fattura, non c'è
traccia che riveli l'uso di un attrezzo di lavorazione
a noi noto». Per lui, infatti, il teschio
è stato elaborato dagli «antichi
astronauti», quegli stessi visitatori a
cui dobbiamo la costruzione della Grande Piramide.
Un esperto di cristalli, Frank Dorland, ha confessato
di essere in grado di realizzare un oggetto simile
in tre anni, a condizione però di poter
disporre di tutti i mezzi messi a disposizione
dall'attuale tecnologia. A proposito dell'origine
del teschio, gli esperti hanno idee diverse. Per
alcuni venne realizzato in Messico, scolpendo
un blocco cristallino proveniente dalle cave messicane
della contea di Calaveras o dalla California,
e non dovrebbe avere più di 500 anni. Se
questa datazione è corretta, contrasta
in pieno con quanto sostenuto da Mitchell-Hedges,
che disse di averlo ritrovato fra le rovine di
un antico tempio maya, abbandonato da almeno un
migliaio di anni. In merito agli Aztechi - i più
probabili costruttori del teschio - fondarono
la loro grande capitale Tenochtitlan soltanto
nel 1325 d.C. Peccato che questa sia però
l'ipotesi condivisa dalla maggior parte di coloro
che hanno avuto a che fare con il teschio. Non
ci sono dubbi sul fatto che Mike Mitchell-Hedges
fosse un uomo di assoluto valore, come d'altro
canto nessuno può dubitare della grande
devozione e fedeltà mostrata nei suoi confronti
dalla figlia adottiva Anna. Quando si erano incontrati
a Toronto nel 1917, Anna era una piccola orfana
di sette anni. Si chiamava Anna Le Guillon e,
al momento, era stata affidata a un uomo che aveva
tutte le intenzioni di liberarsene rinchiudendola
in un orfanotrofio. Toccato dalla sua penosa vicenda,
Mitchell-Hedges aveva deciso di adottarla, compiendo
un gesto che nessuno dei due avrebbe mai rimpianto
nel corso della vita. Oltre al coraggio e al formidabile
slancio di esploratore, al contrario del capitano
Scoti o del già citato colonnello Fawcelt,
Mitchell-Hedges era un tipo decisamente vulcanico,
più vicino a quel fanfarone del capitano
Morgan, il pirata sulle piste del cui tesoro Mike
si era messo. Era un uomo pieno di senso dell'umorismo,
ironico, che amava incatenare il prossimo raccontando
- e forse anche scrivendo - storie mirabolanti
e affascinanti. Lui stesso ammetteva di dovere
la sua vita di avventuriere alla lettura giovanile
delle opere di Rider Haggard e ai racconti di
Lost World di Sir Conan Doyle; d'altro canto i
suoi stessi libri si allineavano su questo registro
- riflettendo il carattere di un uomo che, dopo
tutto, seppure maturo, era rimasto con l'animo
e la mentalità di un ragazzo. Insomma,
non era meno propenso alla bugia di quanto non
lo potesse essere un avventuriere elisabettiano
nato per sbaglio fuori dal proprio tempo. Le male
lingue sostengono che Mitchell-Hedges avesse comprato
il teschio di cristallo a Londra, se lo fosse
portato appresso alle rovine di Lubaantun per
farlo trovare alla figlia proprio il giorno del
suo diciassettesimo (o quattordicesimo) compleanno.
Un'azione, a detta di molti, di cui sarebbe stato
senz'altro capace. Anche dalla lettura della sua
autobiografia del 1954, si evince che i fatti
non si svolsero in modo così lineare e
piano, come narrati dalla figlia Anna. Ci si aspetterebbe
che una scoperta così importante meriti
almeno qualche pagina di accurata descrizione
ed invece niente di tutto questo. Solo poche righe,
con questa annotazione misteriosa: «Non
ho motivi di rivelare a nessuno in quale modo
sono venuto in possesso del teschio di cristallo».
Onestamente, non si capisce perché, dal
momento che, al contrario, la figlia Anna se ne
occupa in modo alquanto dettagliato. Forse perché
avrebbe potuto accrescere i meriti del padre adottivo?
Tutto questo risulta ancora più stravagante
se solo si considera che Mike spende non poche
pagine a descrivere in modo quanto mai preciso
alcuni altri oggetti di molta minore importanza
ritrovati nel corso degli scavi a Lubaantun. Senza
osservare che anche le pur minime citazioni al
teschio scompaiono completamente nell'edizione
americana del libro. Viene da chiedersi: d'accordo
a non voler più sostenere la bugia, ma
perché non approfittare dell'occasione
per dire la verità? Da parte sua Anna Mitchell-Hedges
non ha mai avuto esitazioni a confermare appieno
il racconto del ritrovamento. Il giornalista del
«Daily Express» Donald Seaman, racconta
di averlo sentito narrare direttamente dalla signora.
Nel 1962 Seaman, occupato nella redazione di un
libro di spionaggio, si era imbattuto nella fotografia
di una spia recentemente scoperta, Gordon Lonsdale,
dove l'uomo era ritratto in mezzo a due donne
di mezza età. Accurate ricerche avevano
rivelato che una delle due era Anna Mitchell-Hedges.
Incuriosito dallo strano collegamento - che ci
faceva la signora Anna con una spia riconosciuta?
- Seaman l'aveva contattata presso la sua casa
di Reading, chiedendo di poterla incontrare. Ottenuto
il consenso, Seaman era andato, facendosi accompagnare
dal fotografo Robert Girling. All'epoca la signora
Anna era una vigorosa, piacente signora nel pieno
dei suoi cinquant’anni, pronta a riceverli
agghindata nel suo bell'abito. La storia relativa
alla fotografia si era rivelata abbastanza banale.
Era stata scattata all'interno di un castello
storico, dove lei e alcuni suoi amici si erano
ritrovati casualmente a parlare con l'uomo, incontrato
sul momento, che si sarebbe poi trovato al centro
del celebre caso di spionaggio del caso di Portland.
Un fotografo professionista a caccia di clienti
era passato proprio in quel momento, aveva notato
il gruppo affiatato e aveva proposto di scattare
una fotografia. Anna aveva pagato lo scatto e
qualche giorno dopo aveva ricevuto la fotografia
a casa. Non aveva mai più visto né
sentito parlare di Lonsdale fino a quel momento.
A quel punto, quasi delusa di averli fatti correre
fin da lei a Reading per scoprire un caso inesistente,
una mera banalità, come volendosi sdebitare,
aveva allora chiesto se desiderassero vedere il
famoso “teschio del destino”. Nessuno
dei due ne aveva mai sentito parlare prima, e
così, più che altro per cortesia,
avevano assentito. Anna li aveva condotti in camera
da letto, dove, cercando a tentoni dietro la spalliera
del letto, aveva tirato fuori qualcosa. Aspettandosi
di vedere un oggetto non più grande di
un uovo, Seaman si era meravigliato nel constatare
che la cosa racchiusa in una carta da giornale
che la signora Anna aveva estratto da dietro il
letto, era invece grande quanto un cavolo. Poi
si erano spostati nel salone dove la signora Anna
aveva svolto il pacchetto. Sia Seaman che Girling
erano rimasti letteralmente sbigottiti al cospetto
di quell'oggetto bellissimo e unico, appoggiato
sul tavolo. Il teschio, grande come quello di
un uomo, sembrava ricavato da un diamante perfetto:
alla luce del crepuscolo assumeva una tonalità
verdastra, quasi come se brillasse di una propria
luce interiore o fosse illuminato al di sotto.
La mascella inferiore era mobile come quella umana,
particolare che aggiungeva un tocco di straordinario
effetto realistico a tutto l'insieme. Tornando,
si erano trovati d'accordo nel constatare che
fino a quel momento nessuno dei due aveva mai
visto un oggetto tanto bello e soprattutto, così
stranamente inquietante. La signora Anna aveva
detto loro che si trattava del "teschio del
destino", ritrovato in un tempio maya nel
1927. Il nome gli era stato dato dagli indigeni,
convinti che in virtù dei suoi poteri sovrannaturali
l'oggetto andava trattato col massimo rispetto
e con grande reverenza. Già erano fiorite
leggende su persone andate incontro a gravi disgrazie
per il solo fatto di non aver rispettato abbastanza
il misterioso teschio. Il racconto era proseguito.
In quell'ormai lontano 1927, suo padre si era
messo sulle tracce del favoloso tesoro del pirata
Henry Morgan, che la leggenda diceva sepolto nel
1671. Era venuto a sapere che nella zona attorno
al sito archeologico di Lubaantun, nell'Honduras
Britannico, molti fra i nativi si chiamavano Hawkins
e Morgan. Era un'opportunità; per di più
suo padre era convinto che sempre in quei luoghi
fossero approdati i superstiti della distrutta
Atlantide. Tuttavia, il teschio era stato l'unico
manufatto antico che erano riusciti a trovare.
Ora che il padre non c'era più (era morto
nei 1959), Anna aveva intenzione di ritornare
in Honduras alla caccia del tesoro e allo scopo
di mettere insieme i fondi necessari per la spedizione
aveva pensato di vendere il teschio, e un'antica
ciotola donata da Nell Gwyn a re Cario II sulla
cui autenticità già si erano favorevolmente
espressi gli esperti.
«Ma quanto potrà valere il teschio?»
aveva chiesto Seaman.
«Forse un quarto di milione di dollari».
«Dio mio! Ma non avete paura a tenervelo
in casa, sotto il letto?»
«Non proprio, penso di poter tenere testa
a qualsiasi malintenzionato» aveva risposto
decisa la signora Anna, e scostando un poco la
gonna aveva messo in mostra una colt 45.
Per un certo momento si era pensato che il «Daily
Express» avrebbe potuto finanziare la spedizione
alla ricerca del tesoro di Morgan, inviando Seaman
al seguito come reporter. Ma l'idea non era piaciuta
e la direzione del giornale l'aveva cassata. Seaman
ci era rimasto male, ma non aveva mai più
potuto dimenticare la visione di quello straordinario
oggetto che sembrava vivere di una luce propria.
Malgrado ciò, come già abbiamo precisato,
la storia del ritrovamento di Lubaantun continua
a rimanere dubbia. Norman Hammond, un archeologo
che pure aveva condotto alcuni scavi nel sito,
nel suo libro su Lubaantun, non spende una sola
riga a proposito del teschio, spiegando a Joe
Nickell, un investigatore alquanto scettico (che
firma l'introduzione al volume) che non era stata
una dimenticanza volontaria poiché l'oggetto
non aveva proprio nulla a che vedere con il sito
archeologico. «Il cristallo di rocca non
è pietra che si trova naturalmente nell'area
maya» e poi continua precisando che le località
più vicine dove è rintracciabile
sono quelle di Oxaca, nel sud del Messico, e della
valle del Messico, dove erano stati trovati altri
teschi simili, ma molto più piccoli, di
fatturazione azteca. Hammond non si ferma qui.
Dichiara, come da prove documentali, che la signora
Anna Mitchell-Hedges non era mai stata a Lubaantun,
cosa che sarebbe stata anche confermata da alcuni
componenti la spedizione archeologica del padre.
Hammond si esprime anche in merito all'oggetto.
Secondo lui potrebbe essere un “memento
mori” (un qualsiasi oggetto realizzato per
rammentarci che dobbiamo tutti morire) ascrivibile
al XVI o al XVII secolo. Se un'origine rinascimentale
non è improbabile, considerata la raffinatezza
con cui è stata ricavata la sagoma dal
grande blocco cristallino, anche una provenienza
dalla dinastia cinese Quing, come oggetto da piazzare
sul mercato europeo, non può essere scartata
a cuor leggero. Da parte nostra, una volta colto
in castagna Mitchell-Hedges - in particolare la
sua clamorosa bugia di aver partecipato come sostenitore
armato alla missione messicana di Pancho Villa
e di aver combattuto nella battaglia di Laredo
- e verificato che aveva perduto una causa contro
il «Daily Express» che nel 1928 lo
aveva accusato di aver costruito ad arte quella
storia solo per procurarsi della pubblicità
gratuita, confessiamo che anche noi, ad un certo
momento, abbiamo pensato che tutto ciò
che era montato attorno alla storia del teschio
non fosse nient'altro che immaginazione, pura
invenzione. In verità, la prima citazione
ufficiale del teschio era comparsa su una rivista
dal titolo: «L'uomo. Rivista mensile di
scienze antropologiche», dove due esperti
confrontavano il teschio con un altro, più
piccolo ma simile, conservato al British Museum.
Il nostro teschio aveva però un altro nome,
era il "teschio di Burney. Il personaggio
in questione era Sydney Burney, un esperto d'arte,
il quale nel 1943 lo aveva consegnato a Sotheby's
per una vendita all'asta. Siccome nessuno aveva
offerto le 340 sterline del prezzo base, Burney
aveva deciso di riprenderselo. Nel 1944 era riuscito
a venderlo per 400 sterline proprio a Mitchell-Hedges.
Quando Nickell aveva chiesto spiegazioni di tutto
questo alla figlia, la signora Anna aveva spiegato
che il padre lo aveva consegnato a Burney come
pegno per finanziare una spedizione archeologica,
e che si era molto indignato quando aveva saputo
che Burney lo aveva messo in vendita perché
non era per nulla autorizzato. Peccato che non
si riesca in alcun modo a sapere con inequivocabile
certezza se Mitchell-Hedges possedesse l'oggetto
già prima del 1944. Esiste invece una lettera
firmata dallo stesso Burney, datata 21 marzo 1933
e indirizzata a qualche funzionario del museo,
in cui si precisa che prima di avercelo, il teschio
era appartenuto a un collezionista da cui Burney
l'aveva comperato e che prima ancora aveva fatto
parte della raccolta di un altro collezionista
inglese. Da queste testimonianze, sembrava dunque
che Mitchell-Hedges avesse inventato di sana pianta
la storiella del tempio maya e che, da parte sua,
la figlia adottiva avesse continuato a mantenere
viva la falsa vicenda come segno di gratitudine
verso l'uomo che, adottandola da piccina, aveva
dato una svolta decisiva alla sua vita. Lo stesso
valga per le affermazioni attribuite a Mitchell-Hedges
stando alle quali il teschio di cristallo era
stato utilizzato «per procurare la morte
di qualcuno» (in merito la signora Anna
scherzava, citando quelle parole come prova del
senso dell'umorismo del padre adottivo) e per
alcune altre allusioni ai poteri sovrannaturali
posseduti dall'oggetto; emblematica è la
storiella di un fotoreporter che era schizzato
via letteralmente terrorizzato dalla stanza buia
dove si trovava il teschio, perché, mentre
stava per fotografarlo, la lampada del flash era
esplosa con forte colpo andando in mille pezzi.
Insomma, un groviglio di fatti per una storia
che sembra davvero irritante, specie quando qualcuno
rivelò che a un'attenta osservazione si
potevano notare aggiustamenti ai denti della mascella
mobile ottenuti con una smerigliatura meccanica.
Per la maggior parte degli addetti ai lavori,
il mistero che circonda il teschio del destino
altro non sarebbe che una volgare messa in scena,
un falso bello e buono. Bisogna andare cauti e
un giudizio completamente negativo sarebbe prematuro.
Tanto per incominciare, l'altro teschio di cristallo
- quello più piccolo e decisamente meno
"perfetto" - conservato al British Museum
(collocato in cima alla scalinata del Museo dell'uomo,
nei pressi di Piccadilly Circus a Londra) viene
accettato come genuino e anche su di esso sono
stati osservati segni di molatura meccanica. E’
intatti risaputo che gli artigiani Maya facevano
uso di mole meccaniche circolari azionate dall'azione
di una cordicella tesa attraverso un arco. Ambedue
i teschi provengono dal Messico. Quello conservato
a Londra venne acquistato dal Museo dal gioielliere
Tiffany di New York nel 1898 per una spesa di
120 sterline. Per fugare ogni sospetto, nel 1963
la signora Anna Mitchell-Hedges ha permesso al
già citato esperto di pietre e cristalli
Frank Dorland di prendere in prestito il prezioso
oggetto per poterlo esaminare con calma in California
sottoponendolo a tutti i test di verifica ritenuti
necessari. Una delle conclusioni più sconcertanti
a cui Dorland era approdato, consisteva nell'osservazione
che l'oggetto avrebbe potuto avere anche dodicimila
anni e che nulla vietava fosse stato ritoccato
e lavorato in tempi successivi. Dorland aveva
spedito il cristallo ai laboratori della Hewlett-Packard
Electronics, che, fra l'altro, si occupava di
cristalli oscillanti. Una prima risposta riferì
che la fattura dell'oggetto aveva richiesto molto
tempo di lavoro, forse, addirittura, trecento
anni (due volte il tempo, già più
che consistente, denunciato dallo stesso Mitchell-Hedges).
Se il parere è corretto - cosa che riteniamo
senz'altro - significa che si trattava di un oggetto
a valenza religiosa, realizzato da qualche ordine
sacerdotale e conservato in un tempio. In tal
caso doveva essere connesso a qualche pratica
divinatoria. Era tenuto sull'altare - coperto
e protetto dalla luce, proprio come le palle di
cristallo dei veggenti - e veniva esposto soltanto
nel corso di determinate cerimonie, forse per
illuminare il cammino che conduceva nell'aldilà.
Dorland riferisce anche che, stando ad alcune
dichiarazioni di amici di Mitchell-Hedges, in
tempi recenti il teschio era stato portato in
occidente dai Cavalieri Templari di ritorno dalle
crociate e dalla Terra Santa. Una volta in Europa,
lo avevano custodito con grande venerazione nel
loro centro segreto di Londra. Da qui poi, le
varie altre vicissitudini che lo avevano portato
sul mercato dell'antiquariato. Questa storia è
tanto plausibile quanto quella del tempio maya.
L'ordine dei Cavalieri Templari, fondato nei 1118
da Ugo di Payens di Champagne, era una congrega
religiosa il cui scopo primario era quello di
dedicare la vita per la difesa della Terra Santa
e la protezione dei pellegrini che vi si recavano.
Il successo ottenuto dall'Ordine era stato così
immediato e straordinario che la sua ricchezza
era cresciuta a dismisura, fino a diventare leggendaria.
Ma questa ricchezza era stata la sua stessa condanna.
Sul tesoro templare infatti posò gli occhi
il re di Francia, Filippo il Bello, le cui casse
languivano. Il 13 ottobre del 1307 egli ordinò
l'arresto in massa di tutti i Templari. Essi erano
accusati di magia nera, blasfemia, rinuncia a
Cristo e perversioni sessuali. Una delle accuse
più terribili li diceva adoratori del demone
satanico Bafometto, nella forma di una testa o
di un teschio umano parlante. Si diceva che i
cordigli che erano soliti portare ai fianchi per
stringere i loro abiti, fossero carichi di poteri
magici derivati dall'averi avvolti attorno alla
misteriosa testa parlante. Alcune fra le accuse
meno infamanti, sono state accertate come veritiere
dagli storici. Fra queste la certezza che celebravano
riti magici. Sotto la persecuzione di Filippo,
caddero centinaia di Templari. Un massacro che
però si rivelò inutile, visto che
il re non riuscì a mettere le mani sul
loro tesoro. Poiché è pressoché
indubbio che il teschio venerato dai Cavalieri
Templari doveva essere un teschio umano, l'ipotesi
che potesse essere quello di cristallo, detto
del destino, per quanto strana non la possiamo
respingere a priori. Che dire a proposito dei
presunti poteri "mistici" riconosciuti
all'oggetto? La signora Anna disse che Adrian
Conan Doyle, fratello del celebre Arthur, non
solo non poteva sopportare la vista del teschio,
ma gli riusciva impossibile stare nella stessa
stanza. La sensazione negativa che lo assaliva
era così prepotente da accorgersene anche
quando l'oggetto, a sua insaputa, era presente
ma tenuto nascosto. Affermazioni come queste vengono
normalmente etichettate come il desiderio di dar
vita e sostenere una leggenda; ma ecco che, subito,
Frank Dorland ci smentisce affermando che dopo
tanto tempo trascorso a contatto con la pietra,
anche lui si era convinto delle sue proprietà
mistiche. Per esempio, gli era capitato sovente
di udire «acuti scampanellii di campane
argentate, lievi ma assolutamente avvertibili»
oppure «suoni e canti religiosi».
Invece, fissando attentamente il teschio, gli
era capitato di vedere «altri teschi, alti
monti, mani e visi». La prima volta che
aveva avuto il teschio in casa, aveva avvertito
in modo distinto il ruggito di felini della giungla.
Può trattarsi, ovviamente, di pura suggestione;
eppure ciò che un giorno accadde a seguito
della visita del satanista Anton LaVey non può
in alcun modo ricadere nella categoria allucinatola.
LaVey aveva chiamato Dorland per fargli sapere
che il teschio di cristallo era stato creato da
Satana e che apparteneva alla sua chiesa demoniaca.
(LaVey possiede, evidentemente, un gran senso
dell'umorismo oltre che un buon fiuto per farsi
della pubblicità gratuita). La visita del
satanista si era conclusa con LaVey che si era
dilettato per qualche momento a suonare l'organo
di Dorland. Quando se n'era andato era ormai troppo
tardi per poter ancora andare a ricoverare il
prezioso teschio nella cassetta di sicurezza dove
Dorland era solito custodirlo e così l'aveva
dovuto tenere in casa. Nella notte, sia lui che
la moglie erano stati svegliati e più riprese
da alcuni strani rumori e suoni. Scesi al piano
terreno non avevano trovato niente di anomalo.
La mattina però, aveva scoperto con grande
sorpresa che alcuni oggetti della sala erano fuori
posto e che addirittura il ricevitore di un telefono
si trovava fuori, nel giardino dei vicini, davanti
alla loro porta d'ingresso. La teoria proposta
da Dorland non prevede che il teschio sia "posseduto"
da un qualche spirito (poltergeist), ma nel caso
di quella sera, la sua sostanza cristallina aveva
assorbito la presenza negativa di LaVey che, venendo
in contrasto con le sue energie, aveva dato luogo
alla produzione di effetti fisici infestatoli.
I chiaroveggenti dicono di ricorrere alle palle
di cristallo per le loro veggenze, perché
esse sarebbero in grado di assorbire le energie
vitali. La copertura col panno violaceo o scuro
serve ad impedire che queste energie si disperdano
alla luce del giorno. Effettivamente, sin dai
tempi più antichi, da quando è nata
la magia, i cristalli sono sempre stati tenuti
in alta considerazione dagli operatori per i loro
portentosi poteri occulti. Per quanto possa sembrare
strano, dietro a questa teoria esiste un substrato
scientifico. Per almeno un decennio, il biologo
Rupert Sheldrake è andato in giro a dichiarare
che la conoscenza fra gli esseri viventi, animali
e uomini, è un processo che si verifica
anche attraverso ciò che lui chiama risonanza
morfica. Il caso più eclatante da lui utilizzato
per darne un esempio, è quello delle scimmie
dell'isola di Kojirna, al largo della costa del
Giappone, che avevano imparato a lavare le patate
nell'acqua del mare perché il sale le rendeva
più saporite. Qualche tempo dopo, lo zoologo
Lyall Watson, autore di “Lifetide”,
aveva scoperto che un gruppo di altre scimmie
viventi su isole vicine, ma con nessun collegamento
con il gruppo originario, avevano imparato e adottato
la stessa tecnica. Il processo di risonanza mollica
può essere assimilato a una specie di telepatia
e secondo Sheldrake gioca un ruolo decisivo nell'evoluzione.
La cosa più strana è che questo
singolare processo di apprendimento è attivo
non soltanto con gli esseri viventi, ma anche
con il mondo del non vivente come, per esempio,
quello dei cristalli. Alcune nuove sostanze chimiche,
cristallizzano sperimentalmente con molta difficoltà;
ma una volta che il processo si verifica all'interno
di qualche laboratorio, come d'incanto diventa
pratica facile e accessibile ovunque, in tutti
gli altri laboratori. Dapprima si era pensato
che questa diffusione potesse dipendere dal fatto
che tracce di cristalli trattenute negli abiti
e nei capelli degli sperimentatori si diffondevano
via via negli altri laboratori, ma si è
trattato di una teoria che ha avuto vita breve
per essere sostituita da un'altra più credibile.
Pare, infatti, che anche i cristalli, al pari
degli esseri viventi, possano imparare tramite
il processo della risonanza morfica. In questa
prospettiva l'idea che i cristalli possano assorbire
energia vivente non suona più così
stravagante né assurda. Riteniamo che sarà
alquanto difficile risalire alla verità
a proposito del "teschio del destino",
ma la sua totale rassomiglianza con quello più
piccolo conservato al British Museum ci suggerisce
una fattura azteca. Ciò che conosciamo
della civiltà azteca - della sua religione
basata anche sui sacrifici umani - ci spinge a
credere che il teschio possa essere stato creato
come oggetto a valenza religiosa, forse a fini
divinatori, vale a dire, per essere utilizzato
con le stesse modalità con cui oggi i chiaroveggenti
usano le palle di cristallo. Ma, qualunque sia
il motivo per il quale questo straordinario oggetto
venne realizzato, tutti coloro che hanno avuto
a che fare con esso sono concordi nel dire che
senza ombra di dubbio si tratta di uno dei più
begli oggetti mai visti al mondo.
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