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LA
MALEDIZIONE DEI FARAONI |
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Il
26 novembre del 1922 l'archeologo Howard
Carter, tenendo una candela tra le mani
tremanti per l'emozione, penetrava attraverso
una piccola apertura ricavata nella porta
nella tomba di Tutankhamon.
Ciò che vide lo lasciò sconcertato:
«Ovunque, il luccichio dell'oro».
Il collega Lord Carnarvon e lui, avevano
fatto la più straordinaria scoperta
della storia dell'archeologia.
Qualche giorno dopo venne rintracciata
una tavoletta di creta con una iscrizione
geroglifica che minacciava: «Possa
la morte rapire con le sue tetre ali chiunque
osi disturbare il sonno del faraone».
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Nell'aprile
successivo, Lord Carnarvon moriva di una malattia
non identificata. Nel 1929 a soli sette anni dalla
scoperta - ben ventidue persone a vario titolo
coinvolte nella clamorosa vicenda archeologica
erano morte prematuramente. «La maledizione
del faraone» incominciarono a titolare i
giornali, a caccia del sensazionale, mentre gli
archeologi ovviamente negavano. Tuttavia, è
per lo meno singolare immaginare che una così
lunga e luttuosa catena di eventi costituisca
soltanto una semplice coincidenza. Tutankhamon
era figlio del "grande eretico" Akhenaton
(ca. 1375-1360 a.C.), il primo sovrano monoteista
della storia. Egli, abbandonata la vecchia capitale
Tebe e tutti i suoi templi, ne aveva fondata una
nuova che aveva chiamato Akhetaton (l'orizzonte
di Aton), innalzandola in una località
oggi chiamata Tell el Amarna. Akhenaton adorava
un solo dio, Aton, il Sole. Ma la sua gente, che
si sentiva più a suo agio nell’adorare
cose concrete come le immagini delle antiche divinità
animali, non amava questa nuova forma di religione
e dunque non spiacque a nessuno quando Akhenaton
morì in giovane età, forse assassinato
(vatti a fidare dei sacerdoti!). Al trono salì
il figlio Tutankhamon, all'epoca poco più
di un fanciullo, ucciso con un colpo alla testa
all'età di soli diciotto anni. Dal punto
di vista storico, pertanto, il povero Tutankhamon
non ha alcun rilievo, non è certo un faraone
da ricordare. L'unica cosa che sappiamo del suo
breve regno è che restaurò l'antico
culto, riportando la capitale a Tebe. Non si sa
come morì, se per una caduta accidentale
oppure per mano di un assassino. Ma la parte più
strana della storia deve ancora venire. Il capo
dei sacerdoti (una sorta di ciambellano reale)
si chiamava Ay. Alla morte del giovane, sposata
la quindicenne vedova Enhosnamon, era salito al
potere. Dopo soli quattro anni un altro usurpatore,
il generale Horemheb, aveva cinto la corona di
faraone. Alla morte di Tutankhamon era stato anticipato
da Ay e la cosa lo aveva colmato di risentimento
e di odio. Appena divenuto faraone prese a comportarsi
come un dittatore. Come prima cosa diede ordine
di cancellare da ogni monumento e scrittura il
ricordo di Akhenaton e Tutankhamon e utilizzò
il materiale che era servito per la costruzione
del grande tempio solare di Tell el Amarna per
innalzare tre piramidi nella città di Tebe.
Persino i cortigiani che erano stati fedeli ad
Ay e a Tutankhamon ebbero le loro tombe profanate
e distrutte dal nuovo, terribile faraone. Peccato
che Horemheb dimenticasse di fare la cosa più
logica: distruggere la tomba di Tutankhamon, rilevando,
fra l'altro, il suo straordinario contenuto di
tesori. Come mai accadde questo? La prima ipotesi
è che il sito della tomba fosse a tutti
sconosciuto. Ma, a ben pensarci, sembra improbabile.
Dopo tutto, Horemheb era salilo al trono solamente
quattro anni dopo la morte di Tutankhamon e quand'anche,
in principio, la collocazione della tomba fosse
stata segreta, chissà quanti fra sacerdoti
e costruttori ancora in vita avrebbero potuto,
diciamo così, essere "convinti"
a rivelarne il sito. Viene spontaneo sospettare
che Horemheb non si sia mosso, lasciandola inviolata,
per qualche altro grave motivo... Howard Carter,
l'uomo che alla fine era riuscito a rintracciare
la tomba, era arrivato in Egitto da giovane -
era nato nel 1873 - e ancora nei suoi vent'anni
era diventato capo ispettore dei monumenti per
l'Alto Egitto e la Nubia. Entrando in azione su
suo suggerimento, nel 1902 un facoltoso americano
di nome Theodore Davis, finanziò una serie
di scavi nella Valle dei Re. L'anno prima i violatori
di tombe, organizzati in bande, avevano attaccato
armati le sentinelle che sorvegliavano l'accesso
all'appena scoperta tomba di Amenhotep II - faraone
assetato di sangue, bisnonno di Akhenaton - riuscendo
a portar via tutto l'oro e i gioielli. Carter,
per niente impaurito, si era messo sulle loro
tracce e li aveva fatti catturare, guadagnandosi
una pessima fama presso i nativi. In breve, si
era così trovato a spasso, vale a dire
senza più un lavoro. Theodore Davis lo
aveva ingaggiato come disegnatore e grazie a lui
era riuscito a cogliere alcune interessanti scoperte,
fra cui i sepolcri di Horemheb, della grande regina
Hatshepsut e del nonno di Akhenaton, Thutmose
IV. Durante questo periodo accadde un fatto singolare
relativo alla storia della maledizione del faraone.
Joe Linden Smith, un altro esperto disegnatore
abituato a lavorare sul campo con gli scavatori,
aveva una moglie ventottenne molto carina, di
nome Corinna. Fra i loro amici più intimi
c'erano Arthur e Hortense Weigel. Lui era un archeologo
inglese, lei, come Corinna, una giovane americana.
Un giorno, mentre stavano discendendo nella Valle
delle Regine, Smith e Weigel avevano notato un
anfiteatro naturale che nella loro immaginazione
si sarebbe prestato a meraviglia per la rappresentazione
di un'opera teatrale. Decisero, sul momento, di
rappresentare il "mistero della loro commedia"
e di invitare la comunità archeologica
di Luxor. Ma la finalità non consisteva
soltanto nel puro intrattenimento. I due condividevano
una profonda ammirazione per Akhenaton e per la
produzione artistica sviluppatasi sotto il suo
regno, molto più vicina alla rappresentazione
della natura che non l'arte eccessivamente stilizzata
caratteristica di altri periodi. Lo scopo primario
di quella messa in scena voleva dunque essere
una sorta di invocazione agli dèi affinché
sollevassero lo spirito del povero Akhenaton dalla
terribile maledizione che lo aveva condannato
per l'eternità. Stando alla tradizione,
il faraone Akhenaton era morto il 26 gennaio dell'anno
1363 a.C. Smith e Weigel decisero di rappresentare
il loro lavoro teatrale il 26 gennaio del 1909
e per quella data diramarono gli inviti. Il 23
gennaio era il giorno della prova definitiva.
Il dio Horus - interpretato da Hortense - appariva
come per magia e si metteva a parlare con lo spirito
errante di Akhenaton, promettendogli di esaudire
un suo desiderio. Lo spirito prontamente rispondeva
di voler rivedere la madre Tiy. Convocata con
un rito cerimoniale, Tiy compariva sulla scena
per raccontare tutta la sua tristezza nel vedere
l'anima dell'adorato figlio condannata alla solitudine
eterna. Akhenaton rispondeva che anche in quella
sua miseranda condizione gli era di conforto il
pensiero dell'unico e solo dio, Aton, e sollecitava
la madre a intonare un inno in onore del dio...
Ma non appena Corinna aveva iniziato a recitare
la preghiera votiva, si era levato un vento così
forte da coprire la sua pur stentorea voce. Poi
era scoppiato un temporale che aveva spazzato
sabbia e pietre con una tale violenza da terrorizzare
i lavoranti egizi, convinti che gli dèi
stessero sfogando la loro ira contro chi aveva
osato parodiarne la vita. La prova era stata sospesa
e gli improvvisati attori erano stati costretti
a riparare nel campo base, ricavato nella tomba
di Amet-Hu, uno dei potenti governatori di Tebe.
Nella notte, Corinna aveva incominciato a lamentarsi
per un forte bruciore agli occhi, mentre Hortense
era stata disturbata da crampi allo stomaco. Ambedue
furono visitate dallo stesso sogno. Si trovano
nel vicino tempio di Amon, al cospetto della statua
del dio, il quale, per prodigio, si era fatto
vivente e con un colpo del suo flagello aveva
colpito gli occhi dell'una e il petto dell'altra,
all'altezza dello stomaco. La mattina Corinna,
più che mai sofferente, si era fatta ricoverare
all'ospedale del Cairo, dove l'oculista che l'aveva
visitata le aveva diagnosticato il tracoma più
infettivo - la cosiddetta oftalmia d'Egitto -
che mai gli fosse capitato di incontrare. Ventiquattro
ore dopo, era stata Hortense a essere sottoposta
ad un difficile intervento chirurgico allo stomaco,
nel corso del quale si era trovata in pericolo
di vita. Naturalmente, la rappresentazione non
aveva più avuto luogo. Sia Carter che Carnarvon
erano stati invitati. In quel momento Carter lavorava
al servizio di Davis. Ma a partire dal 1914 Davis
cambiò idea. Convinto di aver sottratto
alla sabbia del deserto tutto ciò che si
poteva e di aver perlustrato la Valle dei Re come
meglio non si sarebbe potuto fare, decise di abbandonare
le ricerche e gli scavi. Carnarvon rilevò
la sua concessione. Sapeva che Davis era convinto
di aver già rintracciato la tomba di Tutankhamon
in una sepoltura a pozzo all'interno della quale
erano venuti alla luce piatti dorati e alcuni
altri oggetti preziosi; ma, sia lui che Carter,
la pensavano diversamente ed erano certi che il
corredo funebre di un faraone, per quanto giovane,
non poteva limitarsi a così poco. Il sopraggiungere
della guerra ritardò l'inizio degli scavi
fino al 1917. Avuto il via, Carter aveva dunque
iniziato a scavare, con precisione e certosina
meticolosità, rimovendo tonnellate e tonnellate
di detriti e di sabbia smosse anche dalle precedenti
ricerche. Nel 1922 Carter pensò di aver
già profuso troppo danaro nell'impresa,
e che la Valle dei Re non avrebbe offerto più
nulla di interessante. Ma Carter aveva insistito,
chiedendo ancora un'ultima possibilità.
Così il 1° novembre del 1922 aveva
dato il via a un nuovo scavo, tracciando un fossato
in direzione sud rispetto alla tomba di Ramesse
IV. Il 4 novembre gli scavatori rinvennero un
gradino, appena sotto il livello delle fondamenta
di alcune capanne che lo stesso Carter aveva portato
alla luce il precedente aprile. Prima di sera
erano dodici i gradini dissepolti, una scalinata
che conduceva a una porta di pietra sigillata.
A questo punto Carter aveva dato ordine di fermare
i lavori e aveva immediatamente messo Carnarvon
in allarme, contattandolo in Inghilterra. Dopo
due settimane il compagno e socio era di nuovo
in terra d'Egitto. Insieme, i due si erano fatti
strada attraverso la soglia d'ingresso, in un'atmosfera
di eccitazione via via crescente, avendo intuito
che stavano penetrando in un sepolcro conservatosi
integro e inviolato. A circa nove metri dalla
prima porta ne avevano incontrata un'altra. Con
mani tremanti, Carter aveva ricavato una piccola
frattura nell'angolo in alto della lastra e aveva
cercato di lanciare uno sguardo al di là.
La flebile luce della torcia gli fece intravedere
le sagome di strani animali, statue dorate, monili,
oggetti. E poi un carro, figure in dimensione
naturale, lettucci dorati e intarsiati, addirittura
un trono reale tutto d'oro. Ma non c'erano mummie,
dal momento che, come si scoprì dopo, questa
era soltanto l'anticamera tombale. Fu però
in questa stanza che venne rintracciata la tavoletta
con il già citato, terribile monito: «Possa
la morte rapire con le sue tetre ali chiunque
osi disturbare il sonno del faraone». Dopo
essere stata decifrata da Carter, purtroppo, la
tavoletta era sparita: serpeggiavano già
dicerie in merito fra i superstiziosi scavatori
locali. Come se non bastasse, anche su una statua
del dio Horus si leggeva una cosa simile, un severo
avvertimento che annunciava nel dio il sommo protettore
della tomba. Il 17 febbraio 1923 un folto gruppo
di personalità eminenti venne invitato
ad assistere in diretta all'apertura del sito
funebre. Ci vollero due ore per aprire un passaggio
sufficiente da permettere a un uomo di infilarsi
nella camera sepolcrale. A questo punto soltanto
un lieve diaframma di pietra divideva gli scopritori
dal più straordinario e stupefacente sarcofago
che il mondo abbia mai conosciuto. Decisero di
rimandare le ulteriori operazioni ad altra data,
forse ipnotizzati dalle già grandi meraviglie
che avevano scoperto. E così Carnarvon
non riuscì a vederlo. In aprile cadde ammalato.
Svegliatosi un mattino, scottava come una stufa.
Una misteriosa febbre a 40° lo aveva assalito
per continuare a angustiarlo per venti giorni.
I medici parlarono subito di infezione. Forse,
radendosi, si era procurato una ferita che la
sabbia del deserto aveva infettato, oppure era
stato punto da qualche insetto. Andarono a chiamare
Carter, ma alle due del mattino l'amico e collega
era morto. Quando la famiglia era giunta al capezzale,
convocata d'urgenza da un'infermiera, all'improvviso
tutte le luci si erano spente ed era stato necessario
accendere candele e torce. Poi la corrente era
tornata e il giorno seguente si era saputo che
l'incidente era stato provocato da un black-out
che aveva messo al buio l'intera città
del Cairo. In alcune versioni del racconto della
dipartita di Carnarvon si dice che, in realtà,
non si seppe mai perché fosse mancata la
luce proprio in quel preciso momento; tuttavia,
nessuno si è mai preso la briga di investigare
presso l'azienda elettrica della capitale per
approfondire l'inchiesta. Stando alla testimonianza
del figlio di Carnarvon, quella sera era accaduto
anche un altro fatto strano, a migliaia di chilometri
di distanza: mentre il suo padrone moriva in terra
d'Egitto, in Inghilterra il cane di Carnarvon,
dopo aver a lungo guaito e ululato, si era accasciato
morto al suolo. I giornali non aspettavano altro.
Partirono nuovamente alla carica con la storia
della "maledizione del faraone". Parte
della colpa di tutto questo scalpore era però
da addebitare al povero Carnarvon. Egli aveva
infatti ceduto i diritti di esclusiva sui resoconti
delle sue straordinarie scoperte archeologiche
al giornale londinese «Times», unico
organo di stampa aggiornato. Tutti gli altri,
privi di notizie chiare e attendibili, erano stati
costretti a inventare i reportage, andando a nozze
ogni qualvolta la realtà dava adito di
ricamare alla fantasia dei cronisti. Ma non c'era
proprio bisogno di inventarsi niente, perché
la "maledizione" continuava ad offrire
spunti a dir poco agghiaccianti. Poco dopo la
morte di Carnarvon, Arthur Mace, l'archeologo
americano attivo nell'apertura della tomba, cadde
in uno stato di prostrazione fisica e psicologica
che lo portò alla fine. George Jay Gould,
il figlio del famoso finanziere americano, venuto
in Egitto dopo la scomparsa di Carnavorn, su invito
di Carter si era recato a visitare la splendida
tomba. Il giorno dopo si era svegliato febbricitante
e nella notte se n'era già andato. Stessa
sorte per Joel Wool, un imprenditore inglese,
il quale, visitata la tomba, era morto per una
febbre misteriosa mentre stava rientrando in Inghilterra.
Una fine condivisa, nel 1924, dal dottor Archibald
Douglas Reid, un biologo inglese che aveva sottoposto
la mummia di Tutankhamon ai raggi X, stroncato
da una debolezza inspiegabile appena rientrato
in patria. Insomma, nel breve volgere di qualche
mese, almeno dodici persone coinvolte in qualche
modo con l'apertura o lo studio della tomba morirono.
Col 1929 il numero era salito a venti. In questo
stesso anno morì Carter, ufficialmente
ucciso dalla puntura di un insetto, mentre il
suo segretario personale, Richard Bethell, lo
seguì a breve, schiantato da un collasso
nel letto di casa. Nel 1925 li aveva preceduti,
stroncato da un infarto, il professor Douglas
Derry, uno degli scienziati che avevano eseguito
l'autopsia della mummia di Tutankhamon. Un altro
degli eminenti studiosi, il professor Alfred Lucas
gli aveva fatto compagnia, per la stessa causa
apparente, ad appena qualche settimana di distanza.
Nel suo libro “La maledizione dei faraoni”
lo scrittore Philip Vandenberg non elenca soltanto
le morti sospette da collegare in modo diretto
alla scoperta della tomba di Tutankhamon, ma ricorda
ai lettore il gran numero di studiosi, appassionati
ed egittologi morti prematuramente. Egli pone
in risalto come molte volte la morte sia annunciata
da una prostrazione, una sorta di esaurimento
energetico - lo stesso Carter soffriva di questa
forma di debilitazione, unita a una forte depressione
- e si chiede se gli antichi sacerdoti egizi non
conoscessero veleni o spore di funghi velenosi,
in grado di conservare il loro carico mortale
nel corso dei secoli, con i quali proteggere le
tombe dagli intrusi non graditi. Fra le tante
morti ritenute sospette e premature, si elenca
Francois Champollion, il decodificatore della
Stele di Rosetta; il grande egittologo italiano
Belzoni; il dottore di origine sveva Theodore
Bilharz (da cui il nome del disturbo noto come
bilharzia); l'archeologo Georg Mòller e
il più stretto collaboratore di Carter,
il professor James Henry Breasted. Era stato proprio
Breasted a riferire che Carter era stato assalito
dalla febbre dopo essere sceso nella tomba, e
a tratteggiare un quadro clinico dell'amico e
collega decisamente angosciante: incapacità
di concentrazione, '"assenza" psicologica
improvvisa, estrema difficoltà nell’assumere
una qualsivoglia decisione. Carter morì
a 66 anni; il libro di Vandenberg prende le mosse
da una conversazione fra lui e il dottor Gamal
Mehrez, direttore generale del Dipartimento delle
Antichità del Museo del Cairo. Mehrez,
un uomo di 52 anni, esprime con fermezza il suo
scetticismo a proposito della maledizione: «Mi
guardi. Sono coinvolto con storie di faraoni e
mummie praticamente da quando sono nato. E non
mi è ancora successo niente. Sono la prova
vivente che si tratta solo e soltanto di mere
coincidenze». Non l'avesse mai detto! Quattro
mesi dopo veniva stroncato da un attacco cardiaco.
Anche se lo stesso Vandenberg dichiara improbabile
l'ipotesi delle coincidenze, quando tenta di offrire
una spiegazione "scientifica" dei fatti
non riesce a proporre niente di convincente; arriva
anche al punto di accettare l'idea che la causa
possa essere la particolare forma delle piramidi,
in grado di catturare energia cosmica negativa
per il corpo umano e che «gli Egiziani sapevano
come influire sul processo di decadimento radioattivo».
Crediamo che gli stessi antichi, se fossero presenti,
sarebbero i primi a negare queste assurdità.
Per loro una maledizione si sprigionava da un
rito magico, capace di evocare e ridestare uno
spirito o demone guardiano, concetti sopravvissuti
fino ai nostri giorni. Il ricercatore psichico
Guy Lyon Playfair racconta nei suoi libri gli
anni trascorsi in Brasile e descrive le lunghe
ricerche per investigare su fenomeni di persecuzione
da "poltergeist" che sembravano scaturire
come risultato di una maledizione, in altre parole,
da un'azione che potremmo definire di "magia
nera". Sono molti gli investigatori inclini
a ritenere il poltergeist - letteralmente "spirito
burlone" - una manifestazione inconsapevole
della mente di un adolescente non ancora "equilibrato",
capace di far volare gli oggetti in modo naturale
tramite una "psicocinesi spontanea".
Anche se Playfair accetta questa soluzione per
la maggior parte dei casi, in alcuni altri sembra
lasciare intendere che il poltergeist sia innescato
dall'effettiva azione disturbante di "spiriti"
disincarnati. Queste entità, blandite con
appositi rituali magici, possono essere "convinte"
a perseguitare una persona o a provocare disturbi
inquietanti nella sua casa. Quando questo accade,
entra allora in scena un altro specialista, il
candomblé (parola ereditata dal culto magico
della tradizione africana), il quale ha il compito
di scacciare lo spirito e di riportare la tranquillità.
Concetti, questi, legati agli spiriti utilizzati
per compiere azioni infestanti, antichi come l'uomo
e che sostengono la tradizione magica da secoli.
Un altro ricercatore d'oggi, Max Freedom Long,
ha studiato a lungo la religione degli Huna, un
popolo delle Hawai, convincendosi che gli sciamani
-conosciuti come kahunas - erano capaci per davvero
di provocare la morte tramite la recita rituale
di una «preghiera di morte». Scrive:
«La verità è inequivocabile.
Per un periodo di almeno sette anni, quelli da
me trascorsi a raccogliere dati medici e epidemiologie
presso il Queen Hospital di Honolulu, non c'è
stato anno in cui non mi sia imbattuto in uno
o più casi in cui la vittima moriva a causa
di agenti misteriosi catalizzati da una potente
azione magica, e ciò a dispetto del prodigarsi
di tutti i medici». Long afferma che secondo
la filosofia dei kahunas, l'uomo è composto
da almeno tre "io" o anime: l'io inferiore,
quello mediano e quello superiore. Il primo corrisponde
grossolanamente a quella struttura psichica che
Freud ha identificato nell'inconscio. Esso sovrintende
alle forze vitali e sembra possedere una connotazione
fondamentalmente emotiva. Il secondo corrisponde
alla cosiddetta "consapevolezza ordinaria",
quella che regolamenta il nostro vivere quotidiano.
Il terzo, l'io superiore, può accostarsi
alla mente super-conscia e possiede poteri che
ancora oggi non siamo in grado di conoscere. Questi
tre io sono ospitati dal corpo fisico e se ne
separano soltanto al momento della morte. Capita
però a volte, che quello inferiore riesca
a sganciarsi in modo indipendente dagli altri
due. Così facendo si trasforma in uno "spirito
legato alla terra", del genere di quelli
che provocano i fenomeni disturbanti del poltergeist.
Stando ai kahunas, l'io inferiore ha una sua propria
memoria, dote che quello mediano non possiede.
È per questo che quando la separazione
coinvolge un io intermedio, questi diventa un'entità
derelitta, così retta a vagare senza costrutto,
trasformandosi in quello che noi chiamiamo un
fantasma. Long afferma che le «preghiere
di morte» chiamano sempre in causa degli
spiriti bassi», facilmente suggestionabili
e riducibili all'obbedienza. Per la povera vittima
del sortilegio, comincia una vera e propria tortura:
mano a mano che lo spirito gli sottrae l'energia
vitale, si infiacchisce sempre di più.
Long ottenne la maggior parte delle informazioni
a proposito degli sciamani hawaiani - esperienze
ricordate in un libro - da un medico di nome William
Tufts Brigham che li aveva studiati a fondo per
molti anni. Ricordava un caso particolare. Un
giorno aveva assoldato un gruppo di guide e portatori
hawaiani per compiere un'escursione in montagna.
Fra i portantini vi era un giovane di 15 anni
che, di colpo, era caduto ammalato, assalito da
un intorpidimento che gli saliva dai piedi con
lenta progressione. Rivelò a Brigham che
era vittima del maleficio di una preghiera di
morte. Alla fine si era venuto a sapere che il
kahuna del villaggio, che ce l'aveva con i bianchi,
aveva inviato una preghiera di morte contro il
giovane a causa della sua frequentazione con un
uomo bianco. Per lui, chiunque lavorava con un
bianco era condannato a diventare vittima di un
sortilegio di morte. Ma anche Brigham godeva di
fama di sciamano presso i locali, i quali gli
chiesero di intervenire. E lui aveva accettato
la sfida, dichiarando che l'avrebbe combattuta
sullo stesso piano del kahuna. Partendo dall'assunto
che era stato assalito da "spiriti bassi'',
Brigham aveva convinto il ragazzo che lui era
una vittima innocente e che insieme sarebbero
riusciti a sconfiggerli, rimandando al mittente
- ossia a colui che gli aveva scagliato contro
la maledizione - quelle stesse forze negative
che invece di far del male a lui avrebbero distrutto
l'agente magico. Il ragazzo aveva capito, e promise
che si sarebbe impegnato per guarire. Per oltre
un'ora rimase fortemente concentrato su quella
idea, poi, di colpo, la tensione e la sofferenza
si erano allentati. Finalmente riusciva a muovere
liberamente le gambe e stava bene. Quando, qualche
tempo dopo, Birgham era tornato al villaggio,
aveva trovato il ragazzo in ottima salute. Il
kahuna invece era morto, dopo avere annunciato
agli altri del villaggio che il mago bianco gli
aveva scagliato contro gli spiriti del male. Torniamo,
adesso, al tema principale di questo capitolo.
Come non riconoscere nella debilitazione sofferta
da Carter e dai tanti che vennero colpiti dalla
maledizione del faraone i nefandi effetti della
preghiera di morte descritta da Brigham e Long?
Tuttavia, per riconoscerlo, non pare affatto necessario
instaurare un collegamento diretto fra i kahunas
delle Hawai e la religione magica dell'antico
Egitto. Perché, ammesso che Playfair e
Long siano nel giusto, è più che
mai logico immaginare che se il fenomeno del poltergeist
e gli "spiriti bassi" possono essere
utilizzati per delle operazioni di magia negativa,
anche gli antichi sacerdoti egizi ne facessero
uso per sigillare le tombe ponendoli come "guardiani
della soglia". Nel suo libro “Egitto
segreto”, l’occultista Paul Brunton
descrive l'esperienza di una notte trascorsa nella
Camera dei Re all'interno della Grande Piramide.
Racconta della strana sensazione di non sentirsi
solo, un sentimento che, poco alla volta, gli
si era manifestato come la presenza di «entità
antagoniste». «Tutto attorno a me,
sembrava si accalcassero creature elementari mostruose,
orrori diabolici del mondo sotterraneo, forme
grottesche, bizzarre, orribili, riluttanti, dall'aspetto
rozzo... D'incanto, come si erano presentate,
erano poi scomparse». Subito dopo, Brunton
rivela di aver avvertito la netta sensazione di
essere in compagnia di un essere benevolo e di
aver avuto la visione di due antichi sacerdoti.
Secondo Vandenberg, che riporta questa notizia,
il racconto potrebbe essere solo frutto della
fervida ed eccitata immaginazione di Brunton,
anche se si affretta a ricordare che, quando nel
1972 aveva pure lui visitato la Grande Piramide,
una signora del gruppo d'improvviso era sbiancata,
si era sentita male e non era più riuscita
a muoversi. Ripresasi dal malore, gli aveva confessato:
«È successo come se qualcuno, di
colpo, mi avesse colpita con forza per farmi del
male». Stando alla guida, "attacchi"
del genere erano piuttosto comuni. Se, dunque,
questi malesseri sono il mero frutto dell'immaginazione,
nulla vieta di ritenere che anche in merito alla
presunta maledizione del faraone si possa addurre
la stessa causa. Dopo tutto, a ben considerare,
Carnarvon morì in seguito di quella che
sembrò essere la puntura di un insetto,
altri di attacchi cardiaci o di collassi cardiocircolatori,
ossia di cause che sembrano non avere nulla in
comune con le forze negative che si sprigionano
quando il soggetto diventa vittima di una preghiera
di morte. Nel corso di un programma della BBC
dedicato a questo mistero, Henry Lincoln, studioso
dell'occulto interessatosi a lungo del caso esoterico
di Rennes-le-Chateau, ha detto: «Sono ormai
convinto che non è mai esistita quella
che la gente chiama maledizione dei faraoni».
Meglio. Tutto sommato è certamente più
rassicurante credere che sia proprio così. |
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