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LA
MASCHERA DI FERRO |
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Il
19 novembre 1703, dopo una breve malattia,
un uomo che aveva il volto coperto da
una maschera di ferro, moriva nella prigione
della Bastiglia.
Vi era stato imprigionato trentaquattro
anni prima e persino il responsabile delle
carceri reali, luogotenente Etienne du
Jonca, non ne conosceva l'identità.
Nel suo diario annotava: «Ho sempre
solo saputo che lo chiamavano M. de Marchiel».
Il giorno dopo la morte, l'uomo era stato
sepolto sotto il nome di Marchiolly e
subito dimenticato dal mondo. Divenne,
invece, celebre circa un secolo dopo,
a seguito di un libro di Voltaire, “Il
secolo di Luigi |
XVI”,
in cui finalmente si raccontava la vera storia
della maschera di ferro.
Stando a Voltaire, qualche mese dopo la morte
del cardinale Mazarino (avvenuta nel 1661), un
giovane prigioniero col volto coperto da una maschera
di ferro - o meglio una singolare maschera composta
dal naso in giù di sottili lamelle mobili
di metallo così che l'uomo poteva nutrirsi
senza togliersela - era stato tradotto alla prigione
dell'Ile Sainte Marguerite. Gli ordini erano tassativi:
ucciderlo se avesse tentato di togliersi la maschera.
Al prigioniero, «uomo di grande statura...
di nobile e aggraziato aspetto», era concesso
chiedere e ottenere ogni cosa. Ciò che
lo rendeva più felice erano stoffe e merletti
di finissima fattura. Doveva evidentemente trattarsi
di un personaggio di alto rango, se il governatore
in persona scendeva sovente nelle segrete per
fargli visita. Anche al medico che lo andava ogni
tanto a controllare era vietato levargli la maschera.
L'uomo misterioso, secondo Voltaire, era morto
nel 1704 (una data sbagliata, che slitta di un
anno), ma la cosa singolare sta nel fatto che
quando era stato imprigionato per la prima volta
all'Ile Sainte Margherite, in Europa non si era
segnalata la scomparsa di alcun personaggio di
nobile rango. Secondo Voltaire, un giorno l'uomo
aveva inciso alcune parole su un piatto e lo aveva
gettato dalla finestra della prigione. Il piatto
era stato trovato da un pescatore, il quale recatosi
dal governatore della prigione si era sentito
chiedere: «Avete per caso letto che cosa
c'è scritto?». Quando il pover’uomo
gli aveva risposto che, per la sua ignoranza,
non era in grado di farlo, l'altro lo aveva licenziato
semplicemente dicendogli: «Bene, allora,
potete andare... siete un uomo fortunato».
La storia proposta da Voltaire creò sensazione.
Molte voci si erano rincorse a proposito del misterioso
prigioniero, ma non c'era stato mai nessuno che
aveva avuto il coraggio di affrontare l'argomento
in modo così aperto e chiaro. In verità,
una stravagante e assurda storia intitolata “La
maschera di ferro”, a firma di un certo
cavaliere di Mouhy, era stata pubblicata ma subito
bandita cinque anni prima, anche se la vicenda
era ambientata in Spagna e aveva pochi punti di
contatto con quella della vera maschera di ferro.
Chi era dunque l'uomo che si celava sotto la maschera
e che cosa aveva finito per ricevere una simile
punizione? Vent'anni dopo, in “Domande sull'Enciclopedia”,
Voltaire rivelava la verità o, per lo meno,
quella che lui riteneva fosse la verità.
Per comprendere meglio la sua ipotesi dobbiamo
inoltrarci di qualche passo nella storia della
Francia. Si diceva che Luigi XIII fosse impotente
e che comunque non corresse buon sangue con la
moglie, Anna d'Austria. La regina, infatti, era
intima del cardinal Mazarino, di cui condivideva
le idee e gli atteggiamenti politici e molto probabilmente
anche il letto, tanto che dopo la morte del re
qualcuno era arrivato a sostenere che i due avevano
contratto un matrimonio segreto. Ecco, ora, la
teoria di Voltaire: Anna d'Austria aveva avuto
un figlio da Mazarino, prima della nascita dell'erede
Luigi XIV. Il re, ovviamente, non era al corrente
di questo, ma se la cosa è vera, il delfino
aveva in realtà un fratello maggiore, cui,
per quanto illegittimo, sarebbe potuta toccare
la corona. Questo il motivo per cui Luigi aveva
deciso di imprigionare il fratellastro, il volto
eternamente coperto da una maschera, per evitare
che eventuali forti somiglianze riconducessero
la sua nascita alla progenite reale... Nel 1847,
oltre un secolo dopo il racconto di Voltaire,
toccava ad Alessandro Dumas dare alle stampe il
celebre romanzo “L'uomo dalla maschera di
ferro”, uno dei tanti fortunati seguiti
alla serie de “I tre moschettieri”.
È soprattutto su questa trama che si fonderanno
poi tutte le altre elucubrazioni successive, non
da ultimi gli spunti che hanno portato questa
misteriosa vicenda sugli schermi cinematografici.
Secondo Dumas, il poveretto era il fratello gemello
di Luigi XIV. Ma non era un'ipotesi condivisa
solo da lui, comparve anche in un'altra opera
dal titolo “Memorie del duca di Richelieu”,
pubblicata a Londra nel 1790. Si diceva che Luigi
era nato a mezzanotte e il fratello gemello era
stato partorito alle 8,30 della mattina seguente,
mentre il padre stava facendo colazione. Approfittando
della sua assenza, le balie lo avevano subito
fatto sparire, per evitare grane nella successione
regale. Ma si era poi scoperto che in realtà
“le Memorie” altro non erano che un
falso del segretario del duca, l'abate Soulavie,
e la storia è quasi certamente da ritenersi
una mera invenzione. Nella sua introduzione alla
traduzione del libro di Dumas, il critico letterario
Sidney Dark scrive: “Altre strampalate teorie
hanno identificato il prigioniero con il duca
di Monmouth, figlio illegittimo di Carlo II, con
un certo patriarca armeno, con Fouquet, l'ambizioso
ministro dei primi anni di regno di Luigi XIV,
una delle figure centrali del romanzo di Dumas
e, idea fra le più bizzarre, addirittura
con Molière. Correva voce che dopo lo strepitoso
successo del “Tartufo”, i Gesuiti,
offesi, fossero riusciti a convincere il re a
farlo sparire dalla circolazione. Ovviamente,
tutte queste ipotesi non sono solo fantasiose,
ma incredibili. Gli storici più seri sono
dell'idea che l'uomo che si nascondeva sotto la
maschera di ferro fosse un italiano, un certo
Mattiolo, ministro del duca di Mantova, che si
era attirato l'ira di Luigi per chissà
quali intrighi”.
Ma Dark non era del tutto corretto. L'uomo che
molti ritenevano fosse la maschera di ferro, era
un italiano, un certo Ercole Mattioli, nato nel
1640, già segretario del duca di Mantova.
Il presunto oscuro intrigo che aveva fatto irritare
il re Luigi XIV era una transazione, una faccenda
complessa. Nel 1632 la Francia aveva conquistato
l'importante fortezza piemontese della città
di Pinerolo. Circa trent'anni dopo, aveva pensato
di poter acquistare un altro pezzo di territorio
italiano nello stesso modo, annettendosi un'altra
rocca decisiva, quella della città di Casale,
nei pressi di Torino, altra proprietà del
duca di Mantova. Questi, in grave crisi finanziaria,
aveva assoluta necessità di vendere, ma
le trattative per il passaggio dovevano svolgersi
nella massima riservatezza, perché, mentre
Luigi era in rotta con la Spagna, il duca di Mantova
era circondato da molti amici spagnoli. Mattioli,
che stava trattando l'affare, si era lasciato
scappare qualche parola di troppo e gli alleati
spagnoli del duca erano venuti a conoscenza delle
richieste del re di Francia, così che la
cosa non era andata in porto. Luigi era furibondo,
ma fintanto che Mattioli stava in Italia non poteva
assumere alcun provvedimento nei suoi confronti.
Prima di tutto Mattioli non doveva essere informato
dell'ira del re verso di lui. In secondo luogo
doveva essere attirato con qualche scusa a Pinerolo
e qui, entrato nella giurisdizione reale, avrebbe
potuto essere arrestato. Così era accaduto
e Mattioli era stato tradotto nelle carceri di
Pinerolo, cui era preposto il governatore Saint-Mars.
Inoltre, tutto doveva restare segreto. Mattioli,
molto semplicemente, doveva sparire, per marcire
in prigione fino alla morte. Non sappiamo con
precisione quando tutto questo accadde, ma è
presumibile sia avvenuto attorno al 1694. Mattioli
è senz'altro un ottimo candidato, se anche
si ricorda, tra l'altro, che Etienne du Jonca,
luogotenente del re e sovrintendente della prigione
dove era custodito, diceva che era conosciuto
come "M. Marchiel" e il nome che venne
poi impresso sulla tomba fu "Marchiolly".
Ma, viene da chiedersi, se Mattioli era veramente
l'uomo dalla maschera di ferro, per quale motivo
il re avrebbe tenuta celata per così tanto
tempo la sua vera identità, soprattutto
dopo che l'aveva fatto trasferire da Pinerolo
alla prigione dell'Ile Sainte Marguerite e poi
alla Bastiglia? Forse perché Mattioli era
stato rapito in Italia, fatto che avrebbe potuto
sollevare delle questioni di politica internazionale.
Ma in un momento storico così improntato
al pragmatismo, difficilmente qualcuno si sarebbe
scandalizzato della cosa; e poi, perché
impedire che il volto del prigioniero potesse
essere visto? Chi l'avrebbe potuto riconoscere?
Che aggiungere invece a proposito dell'ipotesi
dei due gemelli, ancora oggi l'idea che si è
più di tutte radicata nella fantasia della
gente e dell'opinione popolare? L'idea era nata
circa mezzo secolo prima che Dumas pubblicasse
il suo romanzo. Caduta la Bastiglia nel corso
della Rivoluzione francese, gli archivi della
prigione vennero resi noti in un lavoro a stampa
intitolato “Bastiglia senza segreti”.
Il responsabile della commissione che aveva avuto
il compito di prendere in esame la questione,
un certo M.Charpentier, esaminò tutti i
documenti possibili che in qualche modo lo portassero
a identificare l'uomo nascosto sotto la maschera
di ferro. Confrontando quei dati con quelli dell'archivio
reale non era emerso nulla, neppure un piccolo
indizio, in cui saltasse fuori che la regina Anna
aveva dato alla luce due gemelli, oppure un figlio
illegittimo. Tuttavia Charpentier era riuscito
a scovare lo stesso qualcosa di interessante a
proposito del "vecchio prigioniero",
una specie di curiosa leggenda. Si diceva che
l'uomo era il figlio avuto da Anna d'Austria con
il duca di Buckingham, l'affascinante, diabolico
ministro di Giacomo I e Carlo I. Era risaputo
che non gli era occorso molto per sedurre Anna,
nel corso del suo soggiorno in Francia nel 1626,
anche se non si sa con quale risultato: non doveva
essere tanto facile per due personaggi così
noti e continuamente tenuti sott'occhio trovare
l'opportunità e l'occasione di consumare
un adulterio senza indurre sospetti. Stando a
ciò che racconta Charpentier, nel 1626
Anna aveva comunque dato alla luce un figlio maschio,
cui Luigi XIV, il delfino, che sarebbe venuto
al mondo da lì a dodici anni, rassomigliava
come una goccia d'acqua: da qui la necessità
di coprirgli il volto con la maschera di ferro...
Questa, chiamiamola così, leggenda, presenta
alcuni particolari, che la rendono plausibile.
Sembra venisse raccontata per la prima volta da
una certa madame de Saint-Quentin, già
amante del marchese de Louvois, ministro della
guerra di Luigi. E se (cosa pressoché certa),
era venuta a conoscerla direttamente dal marchese,
doveva contenere una buona dose di verità.
Non è tuttavia da escludere che anche chi
vi si oppone non sia nel giusto. Perché
non è detto che il marchese non abbia raccontato
la storia che il suo re Luigi desiderava venisse
a conoscenza del popolo, una vicenda tanto strana
da sembrare impossibile, capace però al
tempo stesso di placare i curiosi. Ad ogni buon
conto, non si trattava di una mera invenzione,
senza capo né coda, bensì di un
racconto che presentava solide fondamenta. Se
l'uomo dalla maschera di ferro era nato nel 1626,
al momento della morte avrebbe dovuto avere settantatre
anni. Ma le seppur poche testimonianze, lo tratteggiano
di almeno dieci anni più giovane. Voltaire
lo descrive come un uomo piacente e di bell'aspetto.
Ma nel 1669 - l'anno in cui era stato incarcerato
- un uomo nato nel 1626 avrebbe dovuto avere quarantatre
anni, un anziano per quel tempo. In seguito Charpentier
era riuscito a mettere insieme anche altri interessanti
particolari sulla intricata vicenda. Come Mattioli,
il prigioniero era stato in carcere a Pinerolo
e anche all'Ile Sainte Marguerite. Ma non era
Mattioli. Perché altri archivi segreti
rivelavano che quando nel 1681 Saint-Mars, il
governatore della prigione di Pinerolo, era stato
incaricato di assumere la reggenza della prigione
di Exiles, il "vecchio prigioniero"
lo aveva seguito, mentre Mattioli era rimasto.
Quando altre notizie d'archivio vennero alla luce,
si scoprì un interessante carteggio fra
il ministro francese della guerra e Saint-Mars.
Ma, cosa ancora più significativa, c'erano
anche lettere del re. In questi documenti si attestava
che l'uomo celato sotto la maschera, altri non
era che un certo Eustache Dauger. Nel luglio del
1669 il marchese de Louvois (padre della donna
che aveva pettegolato con l'amante a proposito
delle imprese galanti del duca di Buckingham)
scriveva in una lettera a Saint-Mars: “Il
re in persona mi ha ordinato di tradurre un uomo
che ha nome Eustache Dauger alle carceri di Pinerolo.
Sembra si tratti di una questione della massima
importanza... Si è raccomandato affinchè
venga sorvegliato a vista e che non gli vengano
date informazioni sulla sua situazione, né
gli sia concesso di inviare delle lettere... Mi
ha poi quasi minacciato di morte qualora dia retta
alle sue parole, dicendomi di fargli intendere
che qualora parlasse non avrei esitazioni a metterlo
a morte”.
Negli archivi c'erano anche altre due lettere
a firma del re in cui veniva ampiamente ribadito
questo concetto. La stessa cosa, di nuovo: Eustache
Dauger era al corrente di qualche terribile segreto,
che il re non voleva che alcuno al mondo venisse
a conoscere. Ma, allora, perché non farlo
fuori? Sarebbe stato così facile. Da una
parte perché il re, tutto sommato, non
amava questo genere di esecuzioni sommarie, dall'altra
perché, forse, nutriva qualche affetto
nei suoi confronti. O forse, ancora, perché
il re sperava in cuor suo che un giorno o l'altro
Dauger trovasse il coraggio di svelare il suo
segreto. Il primo a ipotizzare l'idea che l'uomo
dalla maschera di ferro fosse Eustache Dauger
fu lo storico Jules Lair, che sostiene questa
ipotesi in una biografia dedicata al ministro
delle finanze francese Nicholas Fouquet, anch'egli
condannato alla prigione a vita dal re. Fouquet,
nato nel 1615, era stato uno dei protetti del
cardinale Richelieu e quando Mazarino - il successore
alla carica di Richelieu - era morto nel 1661,
tutti si aspettavano che il potente Fouquet diventasse
il primo ministro del re. Invece il giovane sovrano
- all'epoca soltanto ventitreenne - era stanco
di Fouquet, che era diventato ricchissimo grazie
ai proventi della sua attività. Forse era
geloso di Fouquet, che aveva tentato di sedurre
Louise de la Vallière, la figlia di un
alto ufficiale destinata a diventare la sua amante.
Al suo posto Luigi aveva chiamato Jean-Baptiste
Colbert, il figlio di un calzolaio, già
assistente di Fouquet. Come prima azione, Colbert
aveva immediatamente denunciato Fouquet di aver
falsificato i conti della corona. Fouquet, da
parte sua, aveva compiuto il grossolano errore
di invitare il re nel suo castello, strabiliandolo
con incredibili meraviglie, uno sperpero fatto
con danaro pubblico, che al sovrano non era per
nulla piaciuto. Fouquet venne arrestato, processato
e condannato all'ergastolo nella prigione fortezza
della città italiana di Pinerolo. Nel 1675,
al "vecchio prigioniero" Eustache Dauger
era stato concesso di fargli da valletto. Due
soltanto le possibili ragioni. O Fouquet era al
corrente del segreto di Dauger oppure non aveva
alcuna importanza il fatto che lo venisse o meno
a sapere, dal momento che non sarebbe mai più
stato rilasciato. Ma chi era Dauger e di quale
colpa si era macchiato? La prima risposta è
più ardua della seconda. Verso la fine
degli anni Venti lo storico Maurice Duvivier provò
a darle. Il medico che aveva in cura la maschera
di ferro nella prigione della Bastiglia, aveva
riportato in un referto trattarsi di un uomo di
circa sessant'anni, nato dunque sul finire degli
anni Trenta di quel secolo. Duvivier si era messo
a scartabellare negli archivi del tempo per trovare
qualche Dauger - o D'Auger, o Ranger, o Oger,
o Daugé - che potesse in qualche modo rispondere
alla bisogna. Alla fine ne aveva rintracciato
uno nei testi conservati presso la Biblioteca
Nazionale, un certo Oger (a volte detto anche
Dauger) de Cavoye, figlio di Francois de Cavoye,
capitano dei moschettieri del cardinale Richelieu,
nato il 30 aprile del 1637. Era uno dei sei figli,
di cui quattro caduti in battaglia. Il quinto,
Louis Dauger de Cavoye, era diventato uno dei
più fidi ufficiali di re Luigi XIV. Eustache
era invece la pecora nera della famiglia, quello
che non ne combinava mai una giusta. E più
Duvivier approfondiva lo studio della sua personalità
più si convinceva che la maschera di ferro
era proprio lui. Il padre di Eustache, Francois
de Cavoye, era andato a corte nel 1620 per cercar
fortuna. Proprio come il ben più celebre
D'Artagnan di Dumas, in breve tempo si era fatto
un nome per via del suo ordimento. (D'Artagnan
rispondeva infatti a un personaggio vero, e aveva
scortato Fouquet alla prigione di Pinerolo). Dopo
aver sposato una giovane vedova, Marie de Sérignan,
nel 1630 era stato nominato capo delle guardie
del cardinale Richelieu. Marie era una donna estremamente
popolare per proprio conto. Era infatti intima
non solo di Richelieu ma anche del re ed era diventata
damigella di corte della regina. Così i
figli avevano potuto anch'essi accedere a corte,
tanto che il giovane Eustache era entrato addirittura
nel numero dei pochi favoriti del sovrano, cosa
che spiegherebbe la sua riluttanza ad assumere
poi nei suoi confronti estremi rimedi. Francois
de Cavoye era caduto nell'assedio di Bapaume nel
1641, ma la posizione ormai assunta dalla moglie
garantiva ai figli che i favori della corte non
sarebbero comunque venuti meno. Quattro però
erano morti in guerra. Eustache, che era pure
un soldato che aveva preso parte a molte campagne,
era stato più fortunato e aveva salvato
la pelle. All'epoca era giovanissimo, avendo soltanto
ventun'anni. Nel 1659, a ventidue anni, Eustache
Dauger venne coinvolto in un singolare e strano
affare. Il venerdì santo di quell'anno,
era presente nel corso della celebrazione di una
blasfema messa nera nel castello di Roissy, nel
corso della quale un maiale era stato battezzato
e poi mangiato. La notizia si era diffusa con
la velocità del lampo, creando grande scalpore.
Saltarono molte teste, alcune carriere furono
stroncate. Eustache era stato risparmiato forse
solo per il grande rispetto di cui godeva la madre
presso la corte reale. Solo che sei anni dopo
si era cacciato in un altro guaio, uno scandalo
che lo aveva costretto a rassegnare le dimissioni.
Era scoppiata una questione con un paggio in servizio
presso l'antico castello di Saint Germain. Una
versione dei fatti (quella del duca d'Enghien)
racconta che il paggio, completamente ubriaco,
aveva toccato con un bastone il duca di Foix mentre
gli stava passando accanto. Ne era nata una discussione
e un uomo "che si chiamava Cavoye" aveva
ucciso il ragazzo. La cosa era stata vista come
una sorta di sacrilegio, dal momento che quel
giorno il castello era santificato dalla presenza
del re. Mentre il duca di Foix che aveva fomentato
il litigio era fuggito impunito, l'uccisore era
stato costretto a denunciare la propria identità.
Che il Cavoye di cui si parla fosse proprio Eustache
sembra provato dal fatto che in quello stesso
anno aveva lasciato la guardia reale, mentre gli
altri due fratelli ancora in vita, Louis e Armand,
avevano continuato a servire il re. Subito dopo
l'uccisione del paggio, la madre di Eustache era
morta, lasciando scritto nel testamento che il
suo erede universale sarebbe stato Louis e non
Eustache che pure era il più anziano. La
decisione era stata presa almeno quattordici mesi
prima dell'incidente del paggio, cosa che ci induce
a ritenere che Eustache fosse considerato un buono
a nulla già da tempo. Unirà concessione
per lui, un vitalizio di mille livree l'anno.
Sistemato dal punto di vista economico, Eustache
era andato a vivere presso il fratello Louis,
il quale, ricevuta l'eredità, aveva preso
alloggio in nome de Bourbon, non lontano dall'ospizio
di carità. Ma nel 1668 Louis Dauger era
venuto a trovarsi improvvisamente in serie difficoltà
economiche. Aveva tentato di sedurre una nobildonna
che si chiamava Sidonia di Courcelles, il cui
marito si era sentito oltremodo oltraggiato. Louis
aveva accettato la sfida a duello ed era stato
tratto in arresto. Dal momento che anche il ministro
della guerra, Louvois, era molto interessato alle
grazie di Sidonia, aveva trovato il modo di farlo
condannare a morte. A salvarlo era intervenuto
il ministro Colbert, anche se non aveva potuto
impedirgli di scontare i successivi quattro anni
alla Bastiglia. Una volta uscito, Louis se n'era
andato in giro per il mondo; in quel momento,
frattanto, il fratello Eustache si trovava già
a Pinerolo. Perché? Che cosa aveva combinato
di nuovo? Stando al Duvivier, nel 1668 aveva partecipato
in qualche misura all'intrigo noto come "affare
dei veleni" o, meglio, a stendere una cortina
fumogena sugli eventi scandalistici che ne erano
seguiti. La faccenda aveva avuto inizio nel 1673,
quando alle orecchie del capo della polizia, Nicolas
de la Reyne, erano giunte alcune voci secondo
le quali si diceva che certe dame illustri avevano
avvelenato e affatturato scientemente i loro mariti.
Erano scattate le indagini. Ma erano occorsi più
di quattro anni al De la Reyne per venire a capo
di un intrigo terribile, una vera e propria congiura
dei veleni gestita con estremo profitto da alcune
fattucchiere e da certi preti dediti a messe nere.
Quasi tutte le dame più in vista alla corte
erano fortemente coinvolte, fra cui anche la celebre
madame di Montespan, l'amante preferita del re.
Il suo scopo era quello di assicurarsi e mantenere
l'amore del sovrano, facendo passare in secondo
piano le velleità di un'altra temibile
cortigiana, la sua rivale acerrima, Louise de
la Vallière. A tal fine, la Montespan non
aveva esitato a partecipare alle messe nere, offrendo
il suo ventre come altare, mentre un prete di
nome Guibourg sgozzava un neonato. Nel corso di
un'altra cerimonia, finalizzata a ottenere una
pozione magica d'amore per il sovrano, si era
ottenuta la mistura mescolando gocce di sangue
mestruale e dello sperma, ricavato da uno dei
presenti che si era masturbato rovesciando il
suo seme in un calice da messa. Tutte queste cose
orribili avevano a tal punto scandalizzato il
re da dar ordine immediato di predisporre un'inchiesta.
Le fattucchiere erano state allora condotte in
gran segreto in una camera buia, illuminata da
fioche candele (detta poi "camera ardente")
e sottoposte a tortura, con il preciso impegno
che da quelle mura non sarebbe dovuta uscire una
sola indiscrezione. La maggior parte di coloro
che erano stati coinvolti nella brutta faccenda,
erano poi stati condannati al rogo, mentre la
Montespan era caduta in disgrazia. Nel 1668, cinque
anni prima che il de la Reyne fosse informato
della faccenda dei veleni, era già scoppiato
un caso simile a Parigi e una fattucchiera chiamata
"la saggia" e il suo truce assistente,
l'abate Mariette, erano stati accusati di magia
nera e stregoneria. Si era fatto un gran parlare
a proposito dei filtri e delle pozioni d'amore,
di messe nere e delle dame di corte. In questa
occasione era venuto alla ribalta per la prima
volta il nome della Montespan, ma la cosa era
stata messa velocemente a tacere. La strega era
stata condannata al carcere a vita, mentre il
Mariette, che poteva contare su conoscenze influenti,
se l'era cavata con soli nove anni di esilio.
Ora, nella nuova faccenda dei veleni, l'abate
Guibourg aveva ammesso di essere stato lautamente
ricompensato per aver celebrato una messa nera
in casa della duchessa d'Orléans su incarico
di un chirurgo che dimorava assieme al fratello
in una casa nel quartiere di Saint Germain, nei
pressi dell'ospedale di carità. Era esattamente
qui che Eustache e suo fratello Louis vivevano
nel 1668. Un altro resoconto del rapporto a proposito
dei fatti della camera ardente parlava, inoltre,
di un medico chirurgo, certo d'Auger, incaricato
di procurare "droghe". Duvivier immagina
che questo d'Auger altro non fosse che Eustache
e che era stato proprio il forte coinvolgimento
nel losco affare della fattucchiera e dell'abate
Mariette a provocare il suo allontanamento da
corte. Prove scritte attestano che Eustache era
stato arrestato a Dunkerque da guardie di uno
speciale corpo di polizia per ordine preciso del
re, mentre stava per imbarcarsi alla volta dell'Inghilterra.
Probabilmente Duvivier non sbaglia. Eustache avrebbe
potuto essere coinvolto nell'affare dei veleni
e poteva essere il dottor d'Auger citato nei rapporti.
Ma ancora non si capisce come mai il re volesse
condurre tutte queste operazioni nella massima
riservatezza e segretezza. Dopo tutto, l'abate
Mariette era stato esiliato, non ucciso e dunque,
se solo avesse voluto, avrebbe potuto tranquillamente
vuotare il sacco raccontando tutto ciò
che di marcio succedeva presso la corte francese.
Ecco perché l'ipotesi di Duvivier a proposito
di Dauger visto come mago e spacciatore di veleni
convince solo in parte. Ma esiste un'altra e assai
interessante ipotesi, quella che collega Dauger
con il mistero di Rennes-le-Chàteau. Nel
suo bel libro dal titolo “Santo Graal”,
Henry Lincoln afferma che Fouquet, lo sfortunato
ministro delle finanze, avrebbe potuto essere
l'uomo che si celava dietro la maschera di ferro.
Ma questo, come sappiamo, è impossibile
perché Fouquet era morto nel 1680, vale
a dire la bellezza di ventitre anni prima del
"vecchio prigioniero". Ma Lincoln sottolinea
anche che nel 1656 il fratello di Fouquet, Luigi,
era stato inviato a Roma per presenziare alla
mostra di un pittore di nome Poussin, il quale
aveva indirizzato a Fouquet una strana e curiosa
lettera a proposito di alcuni segreti che gli
avrebbe potuto far conoscere «per il tramite
del signor Poussin, conoscenze che avrebbero fatto
molto comodo a qualsiasi sovrano». Si immagina
che questi segreti si riferissero a qualcosa che
aveva a che fare con il tesoro nascosto di Rennes-le-Chateau.
Il quadro di Poussin intitolato “I pastori
di Arcadia”, una tela che conteneva la chiave
del grande segreto, venne acquistata da Luigi
XVI che la teneva nella sua stanza privata dove
nessuno la poteva osservare. È possibile
che Fouquet conoscesse il segreto di Rennes-le-Chàteau
e che per questo il re lo avesse fatto rinchiudere
a Pinerolo - dove gli era assolutamente proibito
di parlare con chicchessia - per costringerlo
a svelarglielo? Esiste ancora una eventualità
in questo senso. Stando a Lincoln una parte importante
del prezioso segreto concerneva un ordine cavalleresco
occulto detto Priorato di Sion, il cui scopo era
quello di ripristinare la dinastia dei Merovingi
sul trono di Francia. Nel XVII secolo i Merovingi
- i discendenti del re Meroveo - erano costretti
al casato di Lorena. Il fratello più giovane
di Luigi XIII, Gastone d'Orléans, aveva
sposato alla sorella del duca di Lorena e c'era
stato un tentativo fallito di deporre Luigi per
insediare Gastone al suo posto, cosa che avrebbe
significato la restaurazione del governo merovingio
sul trono di Francia. Il golpe era fallito, tuttavia
poiché il re Luigi non aveva figli, la
possibilità che qualcuno della casa di
Lorena potesse ancora ambire al trono non era
svanita del tutto. Era stato proprio in questo
frangente che Anna d'Austria, aveva stupito tutti
generando il delfino, colui che sarebbe diventato
Luigi XIV... Scrive Lincoln: «Stando a scrittori
contemporanei e successivi, il vero padre del
ragazzo era il cardinale Richelieu, o uno "stallone"
designato dallo stesso cardinale…».
Chi avrebbe potuto essere questo "stallone"?
Il primo candidato che viene alla mente non può
che essere l'affascinante capo della sua guardia
personale, il comandante dei moschettieri, Francois
Dauger de Cavoye. In merito alla nascita di Luigi
XIV sono nate molte leggende e versioni. La più
diffusa è che il piccolo sarebbe nato a
seguito dei tanti sforzi compiuti da Richelieu
di far unire i due sposi, riuscendoci, alla fine,
una volta in cui a causa di un violento temporale
Anna e Luigi erano a lungo rimasti soli in un
capanno. Ovviamente non è da escludere
che Luigi fosse stato concepito anche solo a seguito
di un unico rapporto; ma la cosa sarebbe stata
più che sufficiente per presentare il piccolo
come frutto del loro amore, convincendo Luigi
che l'erede non poteva essere nato che dal suo
regale seme... Sono molti gli autori che sottolineano
la straordinaria somiglianza fra Louis Dauger
de Cavoye, il fratello più giovane di Eustache,
e il re Luigi XIV. Cosa del tutto comprensibile
e logica qualora i due fossero fratellastri, nati
dalla stessa madre. E così alla fine siamo
arrivati a immaginare un'ipotesi che può
spiegare del mistero dell'uomo dalla maschera
di ferro. Lo "stallone" che Richelieu
aveva incaricato di ingravidare la regina, altri
non era che Francois Dauger de Cavoye. A lui sarebbe
toccato il compito di far si che la Francia potesse
avere un erede, in modo da contrastare e definitivamente
frustrare tutte le aspirazioni degli eredi dei
Merovingi (e con essi del Priorato di Sion). Sia
Eustache che Louis Dauger sapevano che il re Luigi
era loro fratellastro. Ecco spiegato come mai
Louis era diventato uno dei suoi favoriti, una
volta uscito dalla Bastiglia. Era una persona
cui poter affidare un segreto senza tema che lo
andasse a spifferare ai quattro venti. Invece,
per la pecora nera Eustache, era tutto diverso.
Dopo la sua caduta in disgrazia, le dimissioni
dalla guardia regia, l'arresto e l'imprigionamento,
Eustache aveva cominciato a parlare un po' troppo.
Forse aveva addirittura tentato di ricattare il
re, con minacce del tipo: rilasciate mio fratello,
altrimenti... Per questo Eustache era stato spedito
lontano dalla Francia, nella prigione di Pinerolo,
con l'ordine tassativo di non farlo parlare con
nessuno ed ecco perché, quando il governatore
Saint-Mars aveva lasciato Pinerolo per altra destinazione,
gli era stato imposto di portarsi dietro il "vecchio
prigioniero". Non è neppure da escludere
che Eustache fosse coinvolto nel Priorato di Sion
e nel complotto per rovesciare Luigi e riconsegnare
il trono di Francia alla discendenza merovingia;
d'altra parte quale migliore opportunità,
per destituire il re dal comando, di quella di
rivelare al popolo che egli non era affatto il
vero figlio di Luigi XIV che l'aveva preceduto
sul trono? Fouquet forse conosceva il segreto
ancora prima e pure lui era quasi certamente collegato
alle macchinazioni del Priorato di Sion. (Secondo
Lincoln, Fouquet era stato arrestato e processato
per questo, anche se Luigi aveva provato a farlo
condannare a morte invano, dal momento che la
corte aveva respinto la richiesta). Ecco anche
perché ad Eustache era stato concesso di
fare da valletto all'ex primo ministro caduto
in disgrazia. Quando però un'altra vecchia
conoscenza di Dauger, il duca di Lauzun, era stato
pure lui imprigionato a Pinerolo, si era ben badato
a tenerli separati e lontani. Questa teoria riesce
a chiarire molte cose. Riesce a spiegare, per
esempio, perché il ministro della guerra
Louvois (di certo al corrente del segreto) aveva
raccontato alla sua amante che la maschera di
ferro altri non era che il figlio illegittimo
che la regina Anna d'Austria aveva avuto dal duca
di Buckingham. E non era tanto lontano dalla verità.
Rendeva ragione del motivo per cui il re desiderava
mantenere segreta l'esistenza del prigioniero.
Spiega anche come mai Dauger era costretto a indossare
la maschera di ferro quando era in presenza di
altre persone: perché essendo suo fratello,
il re gli assomigliava in modo impressionante.
Infatti, suona impossibile immaginare perché
un uomo debba portarsi sul volto per tutta la
vita una maschera di ferro, se non è proprio
la sua faccia la chiave decisiva di una grande
segreto. Ovviamente si deve riconoscere che esistono
non poche obiezioni a questa ipotesi. Quando al
re Luigi XV venne finalmente svelato il segreto
della maschera di ferro dal suo vicario reggente,
il duca di Orléans, si dice abbia esclamato:
«Bene, se per caso è ancora vivo
desidero dargli la libertà». Forse
che il nuovo sovrano riteneva davvero poco importante
che suo nonno fosse il figlio del capitano dei
moschettieri del capitano Richelieu? Può
darsi, d'altra parte, al momento, il suo trono
era al sicuro. Ma c'è un'altra storia legata
a Luigi XV che getta un ulteriore pizzico di dubbio.
Quando il duca de Choiseul lo aveva interrogato
a proposito del misterioso prigioniero, egli si
era rifiutato di parlare, salvo dire: «Sappia,
duca, che tutte le congetture fatte fino ad ora
sono tutte false illazioni». Poi aveva aggiunto
un ultimo, enigmatico, pensiero: «Se conosceste
ogni cosa in merito, vi rendereste conto di quanto
poco importante sia questa faccenda». Se
questo ultimo commento è vero - e non si
trattava semplicemente di uno stratagemma per
sviare l'incalzante curiosità del duca
- ebbene, significa che le migliaia di pagine
che sono state scritte sul misterioso uomo che
si celava dietro la maschera di ferro, sarebbero
state tutte scritte invano. |
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