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LE
IMPRONTE DEL DIAVOLO |
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L'inverno
del 1885 fu eccezionalmente severo per
il sudovest dell'Inghilterra, regione
solitamente visitata da climi niente affatto
rigidi. La mattina dell'8 febbraio, il
signor Albert Brailsford, preside della
scuola di un paesino nel Devon, si avvicinò
alla finestra del salotto per vedere se
nella notte era nevicato. Di colpo, la
sua attenzione era stata attratta da una
linea di impronte, o meglio, orme caprine
che si sviluppavano lungo la strada che
conduceva al villaggio. A prima vista
si sarebbero dette normali impronte di
un cavallo ferrato, ma a meglio osservare
si capiva che non poteva essere, dal momento
che erano perfettamente disposte lungo
un'unica |
linea perfettamente diritta, come se le zampe
dell'animale fossero state messe una davanti all'altra.
Fosse stato un cavallo avrebbe dovuto avere una
sola gamba sulla quale saltellare. Se invece la
misteriosa creatura possedeva due zampe, procedeva
con grande attenzione, come un equilibrista su
un filo teso. Ma ciò che ancor più
era curioso, consisteva nel fatto che le impronte,
non più lunghe di 10 cm, distavano fra
loro soltanto 16 cm. Infine, risultavano nitidissime,
come se fossero state ottenute immergendo nella
neve una sagoma di ferro riscaldato. La curiosità
prevalse e i cittadini seguirono le orme fino
alla fine del percorso, che andava a terminare
contro un muro di mattoni. Ma le sorprese non
erano finite. Le impronte infatti riprendevano
proprio al di là della parete, senza però
che la coltre di neve accumulatasi sulla parte
alta del muro risultasse in qualche modo calpestata.
Poi le impronte raggiungevano un covone di grano,
per ritrovarsi oltre, senza che, anche in questo
caso, si notasse il passaggio di qualche corpo
pesante. E non bastava ancora. Passavano sotto
un cespuglio di rosa spina e sopra alcuni tetti.
Insomma, era come se qualche burlone equilibrista
si fosse divertito durante la notte a costruire
un rompicapo per i poveri villici. L'ipotesi di
un giocherellone venne però subito scartata.
Le orme sembravano non finire mai. Ne vennero
trovate ancora a parecchi chilometri di distanza
dalla periferia del paese, lungo la campagna del
Devon. Sembravano procedere in modo disordinato
ed erratico per andare a toccare alcune altre
piccole città e villaggi. Se si trattava
davvero di un burlone equilibrista, doveva aver
fatto una bella faticaccia per coprire più
di 50 km nel gelo della notte e in mezzo alla
neve fresca e alta. Per di più doveva avere
anche una certa fretta, visto che le impronte
si fermavano sovente sul limitare delle porte,
ma solo per invertire la direzione e dirigersi
nuovamente altrove. Ad un certo punto, avevano
valicato l'estuario del fiume Exe. Tuttavia, al
di la, vale a dire a Exmouth, non se ne incontravano
più, come se il misterioso essere fosse
ritornato sui suoi passi. Ovviamente, in tutto
quell'itinerario, non esisteva alcuna logica,
era come un percorso fatto a casaccio. In certi
punti, le impronte di "cavallo"' presentavano
una fenditura nel mezzo, facendo pensare a uno
zoccolo spezzato. Siamo in piena era vittoriana
e nessuno fra i contadini di quei luoghi dubitava
dell'esistenza del diavolo. A questo pensiero
qualcuno aveva imbracciato una doppietta e si
era messo a caccia. La notte tutti chiusero accuratamente
le porte di casa, tenendo i fucili a portata di
mano, a fianco del letto. Ci volle una settimana
prima che la notizia venisse riportata dai giornali.
Il primo a raccontarla fu il londinese «Times»
il 16 febbraio 1855, aggiungendo che erano stati
molti i contadini a trovare le misteriose tracce
nei cortili delle loro case. Il giorno dopo era
toccato alla «Plymouth Gazette», la
quale riportava l'idea di un prete che suggeriva
trattarsi di un canguro, dimenticando che il canguro
ha zampe artigliate. Ipotesi contestata e contrastata
da quella, certamente più plausibile, presentata
sul «Flying Post» che indicava in
un uccello la probabile causa del misterioso percorso
di orme. Teoria immediatamente smontata da un
altro articolo comparso su «Illustrated
London News» in cui si faceva osservare
che non esiste al mondo alcun uccello munito di
zoccoli ferrati! In aggiunta, l'articolista segnalava
che, pur avendo trascorso oltre cinque mesi nelle
distese innevate del Canada, non gli era mai capitato
di osservare impronte simili. Il 3 marzo, sull'«Illustrated
London News» il grande naturalista e anatomista
Richard Owen sentenziava che l'analisi scientifica
delle impronte parlava a favore di un tasso. Quella
notte, evidentemente, alcuni tassi si erano ridestati
dal sonno invernale ed erano usciti dalle tane
alla ricerca di cibo. Ipotesi plausibile, peccato
che Owen non spiegasse per quale stravagante motivo
tutti quei tassi avessero deciso di andare a caccia
saltellando su una sola zampa. Un altro testimone,
un medico, rivelò assieme ad un collega
«di aver impegnato non poche ore nell’approfondito
studio delle peculiarità intrinseche di
quelle particolari impronte» (in tempi vittoriani
si provava una qual certa soddisfazione nell'utilizzare
linguaggi tanto pomposi per arrivare a non affermare
nulla). Egli dichiarò che «a seguito
di minuziose osservazioni era stato possibile
porre in risalto che l'impronta del misterioso
zoccolo era costituita da dita e pianta certamente
ascrivibili a un qualche animale», nella
fattispecie si trattava di una lontra. Un altro
reporter ancora, che si firmava con lo pseudonimo
di "Ornither", disse che si trattava
certamente delle orme lasciate dietro di sé
da un'otarda, dal momento che le dita esterne
risultavano arrotondate. Un altro gentiluomo di
Sudbury dichiarò che negli ultimi tempi
nella sua zona aveva notato alcuni grossi ratti
scorrazzare nei campi di patate. Le impronte lasciate
dai grossi topi erano del tutto simili a quelle
misteriose, che i giornali già battezzavano
"impronte del diavolo". I ratti, saltellando
in mezzo alla neve e atterrando ad ogni balzo
sul corpo intero avevano lasciato quei segni,
per combinazione simili a impronte di zoccoli
di animali. Un corrispondente scozzese parlò
di lepre o moffetta, a zonzo a caccia di cibo.
La stravaganza e la difformità di tutte
queste spiegazioni, così stralunale e assurde,
si giustificava con l'obiettiva difficoltà
di trovare una risposta al mistero. La questione
meno comprensibile - quella che sfidava ogni ipotesi,
stava nella singolare disposizione delle impronte,
una in fila all’ altra seguendo una linea
retta, come se fossero state lasciate da un animale
dotato di una sola zampa. Senza dimenticare, poi,
la complicazione aggiuntiva di capire come lo
strano essere avesse potuto percorrere in quelle
condizioni, al freddo e di notte, oltre 50 km.
Forse l'ipotesi più plausibile venne proposta
da Geoffrey Household, il quale nel 1985 ha pubblicato
un libro in cui sono raccolte tutte le testimonianze
legate a questo caso misterioso. Ecco la possibile,
logica, spiegazione dei fatti: “sono propenso
a ritenere che quella notte dal centro del porto
militare di Devonport si sia innalzato, forse
a seguito di qualche disguido, un pallone sonda.
Libero dagli ormeggi, ha potuto sorvolare la zona
senza alcun controllo. Dall'oggetto pendevano
due sacchetti appesi a delle funi. Sono stati
questi pesi a lasciare le impronte e questo spiega
anche come mai ne sono state trovate pure sui
tetti delle case... Il maggiore Carter, un uomo
del posto, mi ha detto che il nonno all'epoca
lavorava proprio alla base di Devonport e che
una volta gli aveva raccontato del pallone, la
cui "fuga" accidentale aveva provocato
danni a giardini, serre, fienili, finestre un
po' ovunque nella zona. Alla fine aveva terminato
il viaggio precipitando nei pressi di Honiton.”
Si tratta senz'altro di un'informazione importante
che potrebbe spiegare la dinamica di ciò
che successe. Ma, pur dandola per buona, c'è
almeno ancora un dettaglio che non quadra. Se
si da un'occhiata su una cartina geografica alla
serie di impronte, si nota immediatamente che
fanno ampi, indecifrabili giri fra i centri di
Topsham e Exmouth. Un pallone sonda si sarebbe
"comportato" in un modo tanto disordinato?
Non avrebbe, invece, seguito un percorso lungo
una linea retta, nella direzione del vento prevalente,
che quella notte, detto per inciso, soffiava da
est? Il problema fu, come già si è
detto, il grave ritardo con cui i mass media presero
a interessarsi del problema. Nel frattempo, infatti,
la maggior parte degli elementi salienti del caso
erano già stati alterati. Per esempio,
sarebbe stato interessante sapere se la neve caduta
quella notte era stata la prima neve di quel febbraio
del 1885. Quell'anno l'inverno era stato particolarmente
rigido e non è da escludere che molti piccoli
ammali come ratti, conigli e tassi avessero interrotto
il letargo per uscire anzitempo dalle tane a caccia
di cibo. Una lettera inviata al giornale «Plymouth
Gazette» datata 17 febbraio inizia con queste
parole: «La notte di giovedì 8 febbraio
è stata caratterizzata da un'intensa nevicata,
cui ha fatto seguito pioggia e un forte vento
da est, e una rigida brinata la mattina».
Certamente, la notte in giro per la zona c'erano
molti piccoli animali a caccia di cibo. Ma soltanto
il venerdì mattina, sul nuovo e fresco
mantello di neve, era stato possibile osservare
le impronte. Queste, oltre tutto, avrebbero potuto
essere rimarcate dalla pioggia che aveva ulteriormente
scavato nel manto nevoso, per solidificarsi la
mattina per la forte brinata. Questo, per esempio,
spiegherebbe bene l'impressione che molti osservatori
ebbero di impronte come "impresse a viva
forza" nella neve. Però se il terreno
era già ricoperto di neve prima della notte
dell' 8 febbraio, ecco che allora pure questa
plausibile teoria deve essere abbandonata. Quand'anche
la si desse per valida, non si comprende come
mai alcune impronte siano state ritrovate sulla
sommità dei muri, sui covoni, sui tetti...
Insomma, un bel rebus. Un mistero che, dopo tanti
anni, continua a restare insoluto. |
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