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RE
ARTU' E MAGO MERLINO: LEGGENDA O REALTA'? |
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Re
Artù e Merlino, il suo mago protettore,
sono due figure fra le più note
nel mondo della mitologia. Ma, viene da
chiederci, sono esistiti davvero? Oppure
sono soltanto personaggi di una fiaba?
Se possiamo, tutto sommato, condividere
i dubbi su Merlino, un po' stupisce osservare
come molti storici moderni mettano in
forse anche la figura di Artù.
Una questione, questa, che va ovviamente
affrontata prima di procedere oltre. Si
parla per la prima volta dei due nel libro
intitolato “Storia dei re di Britannia”,
scritto attorno al 1135 dal vescovo gallese
Goffredo di Monmouth, la cui credibilità
può essere messa alla prova fin
dal primo capitolo, laddove spiega che
la Britannia |
sarebbe
stata così chiamata dal nome del guerriero
Bruto, approdato sull'isola direttamente da Troia
in fiamme.
Circa cento pagine dopo, Goffredo cita un re di
nome Vortigern un personaggio storico realmente
vissuto - intenzionato a innalzare una grande
torre sul monte Snowdon, in Galles. Ma ogni volta
che un pezzo di costruzione veniva assemblato,
immediatamente crollava. Dopo reiterati tentativi,
tutti falliti, i suoi consiglieri gli rivelarono
che l'unico modo per riuscire nell'impresa consisteva
nello spruzzare il basamento della torre col sangue
di un bambino senza padre. All'istante i suoi
messaggeri si sparpagliarono in tutto il regno
alla ricerca del ragazzo, finché lo trovarono
intento a giocare. Nella foga del gioco uno dei
suoi compagni lo accusò di essere un demone,
perché, come tutti sapevano, non aveva
un padre. Quel ragazzo si chiamava Merlino. Vortigern
mandò allora a chiamare lui e la madre,
che era la figlia del re del Galles del Sud. La
donna, costretta a parlare, rivelò che
una notte era stata sedotta nella sua camera da
letto da un giovane misterioso che dopo l'amplesso
era come svanito nell'aria, anche se a volte le
capitava ancora di sentire la sua voce, specie
nei momenti in cui era sola. Era proprio quello
che Vortigern desiderava sentirsi dire. Siccome
Merlino era senza padre, il suo sangue avrebbe
bagnato le fondamenta della torre, così
come indicato dagli indovini reali. Merlino era
insorto, si era detto pronto a dimostrare che
i consiglieri erano dei mentitori e aveva chiesto
di essere condotto al loro cospetto. «Volete
sapere perché la torre crolla continuamente?»,
aveva chiesto loro. Tutti avevano scosso la testa,
in silenzio. «Perché sotto terra
esiste una caverna colma d'acqua che ne mina le
fondamenta». Vortigern ordinò allora
di scavare e di portare alla luce il lago. Ciò
fatto, Merlino aveva dato ordine di prosciugarlo
fino a che non avessero scoperto due grandi draghi
(o serpenti). Quando anche questa previsione si
avverò, Vortigern decise di risparmiare
la vita al giovane indovino. Poi Merlino aveva
vaticinato alcune profezie, fra cui quella che
lo stesso Vortigern sarebbe morto bruciato dentro
una torre. Ovviamente, tutto avvenne come predetto,
quando un altro re di nome Aurelio Ambrogio -
il legittimo erede al trono - aveva invaso la
Britannia e incendiato la torre di Vortigern.
Quando Ambrogio venne avvelenato dal fratello,
il trono passò a Uther Pendragone. Conquistata
la Scozia, Uther aveva invitato tutti i nobili
del regno alla celebrazione della sua incoronazione.
Fra questi c'era il duca Gorlois di Cornovaglia,
accompagnato dalla bellissima moglie, Igerna.
Folgorato da Igerna, Uther se ne era innamorato
all'istante, costringendo Gorlois a lasciare nottetempo
il castello della festa. La fuga improvvisa aveva
offeso Uther, che era sceso in guerra contro Gorlois.
Per evitare il rapimento della moglie, il duca
aveva allora rinchiuso Igerna nell'imprendibile
castello di Tintagel, che dominava inaccessibile
su di un isolotto unito alla terraferma soltanto
da uno stretto braccio di terra, unico accesso
al maniero. Venuto a conoscenza di questo, Uther,
folle d'amore, era caduto in depressione, perché
non riusciva a pensare ad altro che a Igerna.
Il problema venne brillantemente risolto da Merlino,
che, ricorrendo alle sue potenti arti magiche,
aveva cambiato le sembianze di Uther facendolo
assomigliare a Gorlois. Sotto quelle mentite spoglie,
Uther era così riuscito a penetrare nel
castello e a unirsi con l'ignara regina. Quella
notte era stato concepito un figlio, che sarebbe
diventato re Artù. Nel frattempo, mentre
Uther era impegnato nel soddisfare la sua smania
sessuale, il suo esercito attaccava il castello
dove Gorlois si era rifugiato per difendersi.
Nello scontro Gorlois era morto e così
Uther era stato libero di impalmare Igerna e farne
la sua regina. Dopo quindici anni di regno, anche
Uther era stato assassinato e Artù era
diventato il nuovo re. Chi ha letto la storia
narrata da Goffredo (un testo che ancora oggi
viene stampato in edizione economica) si chiederà
a questo punto che fine hanno fatto la spada nella
roccia, la Tavola Rotonda e tanti altri episodi
famosi della saga arturiana. La risposta è
che tutto questo venne aggiunto alla storia solo
in un momento successivo da autori e cronisti
francesi. La forma definitiva del racconto venne
poi data dall'opera di Thomas Malory dal titolo
“La morte di Artù”, pubblicata
da William Caxton nel 3485. Fino al 1926 non si
sapeva granché a proposito di Malory, quando
una ricerca letteraria ha rivelato - fra lo stupore
degli studiosi - che si trattava di un lestofante,
un ladruncolo che saccheggiava monasteri e rubava
bestiame e che almeno in due occasioni aveva stuprato
una donna di nome Joan Smyth, moglie di un certo
Hugh Smyth. Da quello che è emerso, Malory
scrisse il suo capolavoro nella prigione di Negate,
dove venne sepolto. Ma se Artù era appena
un ragazzo quando suo padre morì, come
avrebbe potuto dimostrare il suo diritto regale
estraendo la spada dalla roccia (o un'incudine
dalla pietra, secondo la versione di Malory?).
Malory supera il problema narrando che sin dal
momento della nascita, Artù era stato adottato
da Merlino, che lo aveva dato in affidamento a
Sir Ector, la cui moglie aveva provveduto a crescerlo
sano e forte. Insomma, tutta questa storia suona
così assurda che si capisce benissimo come
mai molti storici arricciano il naso quando devono
esprimersi in merito alla sua autenticità.
Uno dei loro punti forti di contestazione è
un'altra fonte di informazioni sull'epoca, un
monaco di nome San Gilda, autore di un'opera crudele
e forte intitolata “De excidio et conquestu
Britanniae” nella quale non si cita affatto
Artù, sebbene si menzioni la battaglia
di monte Badon, la più famosa fra quelle
da lui sostenute. C'è però un'osservazione
importante da fare. Un altro cronista, Caradoc
di Llancarfan, autore di una biografia di san
Gilda, ricorda che Artù uccise Hueil, uno
dei fratelli del santo. Un fatto grave che potrebbe
farci comprendere come mai Gilda non tenesse affatto
a citare Artù nella sua storia. Allora,
in definitiva, che cosa sappiamo veramente in
merito al leggendario eroe chiamato Artù?
Proviamo a vedere. Per prima cosa non fu un re
ma un condottiero, un generale. Non andava in
giro su un candido destriero bianco, vestito con
una pesante armatura medievale come siamo soliti
immaginarlo, semplicemente perché visse
un periodo storico molto precedente: nacque attorno
al 470 d.C., nel momento in cui i Romani stavano
abbandonando definitivamente la Britannia. Egli
era, infatti, un romano, forse un cittadino romano.
Così il suo cavallo era un piccolo cavallo
romano, poco più grande di un pony, e la
sua tanto decantata spada un corto e piccolo gladio
romano e non la lunga e leggendaria Excalibur.
Attorno al 410 d.C. i Romani avevano deciso di
abbandonare la Britannia: avevano necessità
di richiamare tutti i contingenti disponibili
per fronteggiare i barbari che minacciavano la
stessa Roma. Era allora sorto un capo tribù
di nome Vortigern che si era proclamato re della
Britannia, subito contrastato dai selvaggi Pitti
che vivevano a nord, al confine con la Scozia.
Per far fronte a queste minacce, nel 433 Vortigern
aveva chiamato sull'isola orde di mercenari sassoni
affinché si congiungessero con il suo esercito.
Così avvenne, ma quando era arrivato il
momento di saldare il conto, visto che il re non
era in grado di farlo, decisero che si sarebbero
pagati da soli conquistando le terre di Britannia.
I locali Britanni - quelle popolazioni che oggi
chiamiamo Celti -vennero poco a poco scacciati
verso il Galles, la Cornovaglia e la Scozia. Poi
era intervento un ex comandate romano di nome
Ambrogio Aureliano. Sotto la sua guida i Celti
si erano compattati e avevano riconquistato le
terre perdute, ricacciando gli invasori oltre
il mare. Alla sua morte, il fratello Uther Pendragone,
aveva rilevato il trono. Uno dei suoi più
brillanti comandanti si chiamava Artorius, il
leggendario re Artù, che poteva essere,
o meno, figlio di Uther. Fu proprio per merito
di Artù che i Sassoni vennero contrastati
nel modo più fiero grazie a una serie di
grandi battaglie, l'ultima delle quali, lo scontro
di Monte Badon, avvenne attorno al 518 d.C. Queste
gesta epiche fecero di lui l'equivalente moderno
di un generale Montgomery o di un Eisenhower.
Se gli alleati si fossero mantenuti fedeli alla
parola data, i Sassoni invasori sarebbero certamente
stati ricacciati sul continente e sarebbero stati
i Celti discendenti di Artù a governare
l'isola, e non gli Anglosassoni. Ma per sua sfortuna,
gli alleati incominciarono a litigare disperdendo
la loro energia e costringendo Artù a passare
gli ultimi anni della sua vita a tentare invano
di riconciliare il suo popolo. Poi anche per lui
era venuta l'ultima, decisiva battaglia, quella
di Camlann - secondo Goffredo avvenuta nei pressi
del fiume Camel in Cornovaglia - ucciso dal nipote
Mordred e non dai Sassoni invasori. Sempre secondo
Goffredo di Monmouth, il corpo senza vita di Artù
venne portato nell'isola di Avalon, da molti identificata
con il centro di Glastonbury, all'epoca una piccola
città nell'Inghilterra occidentale, nota
per una famosa abbazia e per un torrione, una
collinetta sormontata da una torre. (Anche se
oggi Glastonbury non è un'isola, ci fu
un tempo in cui, circondata com'era dalle acque
del Canale di Bristol, poteva considerarsi tale).
Poiché il luogo della sepoltura doveva
necessariamente restare segreto per impedire che
i Sassoni lo profanassero, la fantasia popolare
diede corpo alla diffusissima leggenda secondo
la quale Artù non era veramente morto,
ma semplicemente dormiva in una grotta, pronto
a ridestarsi non appena il suo popolo avesse avuto
di nuovo bisogno di lui. Nell'estate del 1113,
circa vent'anni prima che Goffredo di Monmouth
scrivesse la sua cronaca, un gruppo di preti francesi
si presentò a Bodmin, in Cornovaglia, portandosi
dietro alcune sacre reliquie. Quando uno dei locali
rivelò agli ospiti che Artù non
era morto ma stava semplicemente vegliando in
un posto sicuro, pronto a intervenire in soccorso
della sua gente, l'attendente di uno dei preti
si era messo a ridere. L'affronto aveva provocato
un violento contrasto di opinioni, fino al punto
che un manipolo di uomini armati aveva fatto irruzione
nella chiesa con l'intenzione di dare una severa
lezione agli sfrontati pellegrini. La cronaca
narra che solo con grande fatica si riuscì
a ricomporre il dissidio. L'episodio dimostra
come quella di Artù fosse già una
figura leggendaria ancora prima che Goffredo desse
alle stampe il suo capolavoro. Infatti Artù
viene citato numerose volte in alcuni poemi gallesi
scritti circa un secolo dopo la sua scomparsa.
Ma i riferimenti più importanti ci vengono
da un'altra opera, una sorta di confusa collezione
di materiale storico compilato da un monaco di
nome Nennio, fra l'800 e l'820 d.C. Il riferimento
più antico che Nennio menziona a proposito
di Artù, sono i cosiddetti Annali pasquali,
ovvero le tavole delle ricorrenze della festività
di Pasqua (una celebrazione che non cade in una
data fissa) compilate dai solerti monaci. Il testo
delle tavole offre un ampio margine di tempo.
In uno - in corrispondenza dell'anno 518 - si
trova una notazione in latino in cui si dice:
«La battaglia di Badon nella quale Artù
portò sulle spalle per tre giorni e tre
notti la croce di Nostro Signore Gesù,
grazie alla quale i Britanni uscirono vincitori».
Una seconda postilla, relativa all'anno 539 segnala:
«L'eccidio di Camlann nel quale Artù
e Modred morirono entrambi». Se diamo credito
agli Annali pasquali, dopo Badon, Artù
regnò dunque ancora per almeno ventuno
anni. Ma l'episodio più drammatico della
storia di Artù accadde circa trent'anni
anni dopo la morte di Goffredo di Monmouth (avvenuta
nel 1154), durante il regno di Enrico II, il sovrano
ricordato per la triste vicenda dell'assassinio
di Thomas Becket. Enrico era un viaggiatore instancabile.
Un giorno, nel corso di una spedizione in Galles,
si era imbattuto in un bardo, un "cantore
del passato", il quale gli aveva rivelato
che Artù era sepolto nelle cripte dell'abbazia
di Glastonbury. Per proteggere il corpo dalle
possibili vendette dei Sassoni, era stata scavata
una fossa profonda quasi cinque metri. Il cantore
rivelò anche l'esatta collocazione della
bara, che si trovava fra "due piramidi".
Il re ne restò affascinato e contento,
perché Goffredo aveva tratteggiato la figura
di Artù come quella di un grande generale,
il più grande dal tempo di Giulio Cesare.
(Secondo Goffredo, Artù aveva conquistato
l'Irlanda, la Scandinavia e la Francia e stava
marciando verso Roma, quando, raggiunto dalla
notizia della ribellione di Mordred, era stato
costretto a fare dietrofront e a ritornare in
Inghilterra). Enrico era anche felice di sapere
che il leggendario eroe era sepolto a Glastonbury.
Come pronipote del grande Guglielmo il Conquistatore,
Enrico ben conosceva la leggenda popolare secondo
la quale Artù sarebbe tornato in vita qualora
la sua patria ne avesse avuto bisogno. Se fosse
riuscito a trovarne la tomba e a dimostrare quindi
che egli era morto per davvero, i ribelli che
continuavano a fare di quella leggenda una sorta
di bandiera - come era capitato nel caso di Bodmin
- l'avrebbero finita una volta per tutte con quella
storia assurda. In aggiunta, Enrico nutriva una
particolare predilezione per l'abbazia di Glastonbury,
perché l'abate rettore Enrico di Blois
aveva fortemente contribuito a sostenere la causa
della sua salita al trono. E così il re
si era precipitato all'abbazia per dargli la buona
nuova. Stranamente, l'abate non mostrò
tutta quella soddisfazione che Enrico immaginava.
La sua abbazia, d'altra parte, era già
una delle più ricche di tutto il paese
e non aveva certo bisogno di altra notorietà
per attirare i pellegrini. E poi, "in mezzo
a due piramidi" poteva voler dire tutto e
nulla. Ma di colpo, la situazione era precipitata.
Il 25 maggio del 1184 l'abbazia era stata devastata
da un terribile incendio che l'aveva quasi totalmente
distrutta. L'unica consolazione per i poveri frati
stava nel salvataggio della preziosa immagine
di Nostra Signora di Glastonbury, quasi come se
il Signore avesse voluto dare il segno, pur nella
rovina, di avere ancora in serbo grandi cose per
il bene dell'abbazia. Per re Enrico era venuto
il momento di rifarsi sotto. Promosse una colletta
e fu il primo dei generosi donatori per la ricostruzione
dell'abbazia. Nel 1191 uno dei monaci morì
esprimendo il pio desiderio di venire sepolto
sotto l'edifico, in mezzo a due croci. Nel predisporre
questo tumulo, vennero scoperte due colonne marmoree
che in qualche modo avrebbero potuto anche essere
descritte come due piccole piramidi. Ai monaci
vennero subito in mente le parole cantate dal
bardo e già che c'erano, visto che lo scavo
era ormai già iniziato decisero di spingerlo
fino ai cinque metri indicati come base della
tomba di Artù. Scavando, si imbatterono
in una lastra di pietra che non persero tempo
a sollevare. Nella sua parte interna scoprirono
una croce di piombo che riportava un'iscrizione
latina: "Qui giace sepolto il celebre re
Artù, nell'isola di Avalon". Eccitati
dal ritrovamento, i monaci continuarono a scavare,
probabilmente per molti giorni, al fine non solo
di procedere ancora di più in profondità,
ma anche per realizzare un buco largo a sufficienza
per permettere agli scavatori di muoversi agevolmente.
Finalmente, una volta raggiunta la quota indicata,
i badili incontrarono qualcosa, che però
non era né marmo né pietra, ma legno.
Si trattava di un sarcofago enorme, ricavato dal
tronco scavato di una quercia. All'interno venne
ritrovato il grande scheletro di un uomo, il cui
cranio era segnato da profonde ferite. Un monaco
che aveva intravisto una ciocca di capelli biondi
e che aveva tentato di sporgersi nel sarcofago
per prenderli, se li era visti svanire fra le
mani e per l'emozione era caduto dentro con grande
spavento. Poi si era trovato anche un secondo
scheletro decisamente più minuto, immediatamente
attribuito a Ginevra, la sposa di Artù.
Un cronista del tempo di nome Giraldo Cambrense,
testimone oculare, qualche anno dopo la riesumazione
delle ossa e della croce riferisce che nella iscrizione
si citava anche la "Regina Wenneverla"
(Guinevere, ovvero Ginevra). Da quel momento in
avanti l'abbazia divenne il luogo turistico e
di pellegrinaggio più rinomato d'Inghilterra,
se non dell'intera Europa. Va da sé che
l'abbazia venne ricostruita da cima a fondo in
modo ancora più sfarzoso e ricco. Molti
studiosi sono restii a credere a questa storiella
e accusano i monaci di Glastonbury di averla inventata
di sana pianta, tuttavia la cosa sembra poco plausibile.
Giraldo Cambrense pare potersi definire un uomo
onesto - è stato il primo a denunciare
Goffredo e la sua Historia come un concentrato
di fandonie - e sostiene di aver veduto coi propri
occhi i due scheletri e la croce di piombo. Quest'ultimo
oggetto venne conservato per molti secoli, tanto
che nel 1607 William Camden, un illustre antiquario
del tempo, ebbe ancora modo di trarne un disegno.
Nel testo compare Arturius, antica forma in uso
al tempo per indicare re Artù, che però
non era mai stata usata fino a quel momento. Insomma,
la confusione esiste. Tuttavia, recenti scavi
effettuati nel 1963 da C.A. Radford hanno dimostrato
che i monaci non mentivano quando dicevano di
essersi spinti nello scavo fin oltre cinque metri.
Per di più, come il grande studioso di
cose arturiane Geoffrey Ashe ha sottolineato,
Glastonbury era anche ritenuta la sede della tomba
di Giuseppe di Arimatea, l'uomo che aveva provvisoriamente
prestato la sua grotta sepolcrale per ricoverare
il corpo di Cristo dopo la crocifissione. Viene
allora da chiedersi: come mai se gli zelanti monaci
ebbero la buona sorte di rintracciare il sarcofago
di Artù non pensarono di riportare alla
luce anche quello di Giuseppe? Ma questo è
un altro problema. In definitiva, da tutto quello
che si è detto, pare certo che re Artù
- o il generale Arturius - sia esistito veramente,
distinguendosi per la straordinaria bravura nel
comandare e nel combattere. Questo, ovviamente,
non risponde a tutti gli interrogativi, che continuano
a essere molti, anche se la ricerca sta, piano
piano, provando a risolverli uno dopo l'altro.
Per esempio, sono molti gli studiosi che si dicono
finalmente sicuri di aver identificato la collocazione
geografica della mitica Camelot, la meravigliosa
corte di Artù. Nel 1542 uno scrittore di
nome John Leland annotava che una certa collina
fortificata di South Cadbury, nel Somerset, era
in realtà da riconoscere come «Camallate,
un tempo famosa città o castello... re
Artù trascorreva molto tempo a Camallate».
Nel 1966 si iniziò a scavare al castello
di Cadbury. Sopra le rovine romane spiccavano
altri importanti resti di edifici certamente in
uso nel periodo arturiano da parte di qualche
comandante di notevole autorità e potere.
A questo punto anche l'apparentemente assurda
storia sulla rocca di Tintagel narrata da Goffredo
di Monmouth incomincia ad assumere un tono di
maggiore credibilità. Il castello di Tintagel
venne costruito nel 1140, vale a dire quando Goffredo
scrisse la sua Historia. Secondo gli storici,
al tempo di Artù in questa zona esisteva
solo un antico monastero celtico. Nel 1924 il
"visionario" Rudolf Steiner nel corso
di una visita a Tintagel, fece una lettura spiritica
del luogo identificando alcune postazioni come,
per esempio, la Tavola Rotonda, il dormitorio
dei cavalieri e così via. Tutto sembrava
una mera invenzione. Ma nella calda estate del
1983 un furioso incendio bruciò completamente
tutta la vegetazione della piccola isola. Sono
così venute alla luce le fondamenta di
non meno di un centinaio di piccole costruzioni
rettangolari e di un edificio, composto da una
sola grande stanza, lungo circa 25 m. Più
in basso, ai piedi della collina, è emerso
un piccolo porticciolo naturale e un po' ovunque
nel territorio dell'isola sono venuti alla luce
resti di ceramiche attribuibili a anfore e giare,
ad indicare come olio e vino fossero materia di
primo e forte consumo largamente importata. (La
quantità di residui di tal genere trovati
in questo sito archeologico superano da soli tutti
gli altri mai rintracciati nel resto delle isole
britanniche). Dall'altro capo dell'isolotto, di
fronte a antichi tumuli sepolcrali celtico cristiani,
è venuta alla luce una roccia con un'impronta
ben modellata sopra. Era usanza del tempo che
i condottieri e i sovrani lasciassero questi segni
del loro potere, per indicare il loro predominio
sul territorio che dovevano difendere. (In questo
caso, anche il silente e severo sguardo degli
antichi antenati avrebbe contribuito all'impresa).
Tutto questo induce a vedere in Tintagel la fortezza
di un grande capo, qualcosa di ben di più
di un semplice monastero. Pertanto, sostenere
l'ipotesi che al tempo di re Artù fosse
disabitata è alquanto azzardato. Insomma,
mettendo insieme tante diverse testimonianze,
la realtà storica di Artù e delle
sue imprese diventa poco alla volta sempre più
accettabile. Su questa scia, nel suo libro “Arthur:
Roman Britain's Last Champion”, l'autore
Beram Saklatvala è arrivato a sostenere
che anche per confermare la realtà di Excalibur
e del Santo Graal le prove disponibili sono già
moltissime. La parola latina che indica pietra
è saxo, vocabolo molto vicino a Sassoni.
Se in alcune antiche cronache si legge di un certo
Artù che trae una spada da un sassone -
un qualche guerriero da lui incontrato e ucciso
- ecco che, per un normale e quasi spontaneo gioco
di parole e di equivoci, la leggenda si trasforma
nella storia della spada nella roccia. Goffredo
di Monmouth afferma che la spada di Artù
era detta “Caliburn”. Caliburn è
una combinazione che nasce da due parole che significano
ambedue “fiume”: la celtica “cale”
e la sassone “burn”. Una spada ovviamente
necessita di essere temprata in acqua fredda e
se la parola anglosassone cale significa "freddo",
caliburn potrebbe tradursi come "corrente
gelida". In questa chiave, la spada di Artù
potrebbe aver ricevuto il suo nome dal fiume nelle
cui acque gelide essa venne temprata, ossia nel
Cale, che scorre nei pressi di Sturminster, nel
Dorset. In merito al Graal - la sacra coppa che
si dice sia stata usata da Gesù nel corso
dell'Ultima Cena e nella quale si racconta che
Giuseppe di Arimatea raccogliesse gocce del suo
sangue e da lui stesso in seguito condotta a Glastonbury
- si tratta forse di un oggetto dalle dimensioni
più grandi, una specie di bacinella per
abluzioni ritualistiche, piuttosto che una coppa
vera e propria. Nel 1959, nel corso di una campagna
di scavi effettuata presso i resti di una villa
romana in nord Africa, databile grosso modo allo
stesso periodo in cui visse Artù, venne
alla luce una grande urna marmorea. Su di essa
era scolpita una croce e sul coperchio si potevano
ancora notare alcuni fori che segnavano la sagoma
di una croce, facendo intuire come un tempo vi
fosse fissata una croce in metallo. Quasi certamente
l'urna conteneva le spoglie mortali di un santo
e veniva forse usata per santificare impegni e
giuramenti, come siamo ancora abituati a fare
oggi giurando sulla Bibbia. Un foro per le libagioni
suggerisce inoltre un suo uso per qualche speciale
rito. Certamente anche Artù doveva disporre
nella sua cappella di un bacile simile, sul quale
consacrare in forma ufficiale i giuramenti dei
suoi cavalieri. Qualora nel corso di una delle
tante battaglie, questo oggetto fosse caduto nelle
mani del nemico, ecco come, secondo Saklatvala,
avrebbe potuto nascere il mito della cerca, della
riconquista del Santo Graal. Che dire, invece,
a proposito di Merlino? È davvero un personaggio
inventato di sana pianta da Goffredo di Monmouth?
Dopo la Historia, Goffredo scrisse “Vita
di Merlino”, un poema rivolto a un numero
ristretto di lettori. Se Goffredo avesse inventato
Merlino ci aspetteremmo che in questo secondo
lavoro avrebbe raccontato le stesse cose già
narrate nel primo o, per lo meno, che non le avrebbe
contraddette. Merlino era molto più avanti
negli anni che non Artù, visto che era
un ragazzetto quando ancora era in vita re Vortigern
e, stando a quanto testimonia san Gilda, Vortigern
fece il grave errore di convocare i Sassoni in
Inghilterra nel 443 d.C. Accade però che
nell'opera di Goffredo, Merlino è al servizio
di un re di nome Rodarco, impegnato a combattere
un re degli Scoti chiamato Guennolous, due personaggi
storici senz'altro vissuti però ben cento
anni dopo la presunta morte di Artù. Goffredo
si rende conto di questo anacronismo e lo giustifica
affermando che Merlino visse fino a tardissima
età, certamente oltre il secolo. L'impressione
è però un'altra: che Goffredo abbia
rinvenuto del materiale contraddittorio e che
si sia sentito in obbligo di mescolare le carte
per cercare di salvare le date in precedenza da
lui avallate nell'altra opera. Secondo gli storici,
l'inghippo verrebbe chiarito se si accetta la
figura di Merlino come corrispondente a quella
di un bardo gallese di nome Myrddin, di cui si
sa che era ancora in vita nel 573 d.C. Il gallese
si configurò in lingua solo dopo la scomparsa
di Artù e così è impossibile
che Myrddin possa essere stato più vecchio
del grande, mitico sovrano. L'identificazione
fra Merlino e Myrddin, viene ampiamente sottoscritta
da Robert Graves nel suo studio mitologico fondamentale
intitolato “La dea bianca” (1948)
e da Nicolai Tolstoj in “The Quest for Merlin
(1985). A essere sinceri, parrebbe un'ipotesi
errata, perchè non si riesce a capire come
mai, se Merlino si chiamava così, ci si
dovesse riferire a lui con un altro nome. (La
giustificazione più comune sostiene che
fu Goffredo a cambiargli nome, passando da Myrddin
a Merlino, perché in francese merde significa
"merda" e un mago di nome Myrddin avrebbe
fatto ridere in un momento storico in cui l'Inghilterra
era governata dalla Francia). Per di più
Myrddin non avrebbe in alcun modo potuto conoscere
Artù, perché quand'anche le loro
vite si fossero incrociate, egli sarebbe stato
un bambino all'epoca della morte del condottiero.
Per Geoffrey Ashe, Merlino è Myrddin e
Goffredo di Monmouth lo ha fatto più vecchio
di Artù, anche contro la logica imposta
dalla storia, giocando su una licenza narrativa
che gli tornava assi utile nell'economia della
sua cronaca.Nel suo libro intitolato “Merlino”
(1988), la professoressa americana Norma Lorre
Goodrich respinge fermamente questa ipotesi, sostenendo
che non solo Merlino è davvero esistito,
ma che aveva 30 anni in più di Artù,
anche se condivide l'idea che alcune avventure
relative a Myrddin siano poi state convogliate
nella storia della vita di Merlino. Secondo lei
il Merlino di Artù era nato in Galles ed
era morto in terra di Scozia. Infatti conclude
dicendo che "merlino" non era tanto
un nome (il merlino è un uccello rapace
simile al falco) quanto un titolo e che il vero
Merlino altri non era che un vescovo di nome Dubricio,
quello stesso che aveva incoronato Artù
re dei Britanni. Myrddin, invece, era un "uomo
selvatico dei boschi", un poeta impazzito
che amava vivere in luoghi sperduti, dotato di
poteri magici spiccati. Ed è questo il
Merlino di cui si occupa Goffredo di Monmouth
nella storia della sua vita, un personaggio diverso
da quello che compare nella Historia. Si tratta
di un leader dotato di doti profetiche, divenuto
pazzo dopo aver combattuto una battaglia contro
gli Scoti e da quel momento datosi alla macchia
profetizzando eventi futuri. Un aspetto importante
del personaggio è la sua vena profetica.
Non per nulla, prima della storia della sua vita,
Goffredo aveva pubblicato un altro lavoro completamente
dedicato alle profezie del grande mago, opera
che in seguito aveva fatto convogliare nella successiva
narrazione della vita. È come se Goffredo
avesse appreso dell'esistenza di Myrddin solo
dopo aver scritto la Historia e avesse pertanto
deciso in un secondo momento di identificarlo
con Merlino. Nicolai Tolstoj concorda con questa
ipotesi e dedica la maggior parte del suo libro
a tutte quelle leggende e a quelle storie che
parlano delle avventure «dell'uomo selvatico
dei boschi». Sembrerebbe, dunque, che esistano
due teorie fra loro contrastanti: da una parte
quella dei due Merlino, suggerita in prima battuta
da Giraldo Cambrense; dall'altra quella di un
solo Merlino, il cui vero nome era Myrddin, bardo
e profeta gallese. Tuttavia sia Goodrich che Tolstoj
sostengono le loro teorie in modo così
brillante e affascinante che è quasi un
peccato optare per l'una piuttosto che per l'altra.
A essere sinceri, comunque, la Goodrich ci pare
più convincente a proposito della teoria
del doppio Merlino e anche nel sostenere che il
famoso mago era il primo consigliere di re Artù,
sebbene anche Tolstoj abbia parecchio da dire
sulla figura di Merlino mago. Per comprendere
appieno ciò che Tolstoj scrive, dobbiamo
liberarci dalla immagine stereotipata che abbiamo
del mago medievale, quella sorta di miscellanea
che fonde insieme il Prospero di Shakespeare,
il Gandalf di Tolkien, il Merlino, simpatico e
amabile, di T.H. White. Sono tutte invenzioni
recenti, perché in verità al tempo
di Artù un mago era una combinazione fra
un prete, uno stregone e uno sciamano. Per avere
un quadro credibile di un mago in azione, è
utile dare un'occhiata a “A.Pattern of Islands”,
il resoconto che l'autore, Arthur Grimble, fa
dei suoi anni trascorsi alle Isole Gilbert nel
sud del Pacifico. Egli racconta che volendo mangiare
della carne di focena si era interessato per sapere
dove poterne trovare. Gli era stato detto che
sull'isola esistevano ancora gli eredi di coloro
che erano considerati i cacciatori di focene.
Un parente del suo informatore lo avrebbe condotto
presso di loro. E così Grimble era stato
invitato al villaggio, dove si stava celebrando
una festa. Ad un tratto il capo tribù,
un uomo grasso e bonaccione, si era ritirato nella
sua tenda e vi era rimasto per alcune ore, mentre
tutto intorno era sceso il silenzio. All'improvviso
l'uomo era uscito in stato di chiara agitazione,
si era gettato a terra e aveva preso a gridare:
«Stanno arrivando, stanno arrivando!».
All'invito tutta la tribù si era precipitata
di corsa verso il mare ed era rimasta in silenziosa
attesa. In un attimo le acque si erano popolate
di focene che si lasciavano cullare dalle onde.
Erano come in uno stato di trance, tanto che i
pescatori le traevano a bordo delle loro barche
senza che opponessero alcuna resistenza. Giunti
a riva le uccidevano senza problemi. È
provato che ipnotizzare un animale non è
impresa impossibile e già si sa che la
tecnica chiama in causa anche la telepatia; ma
riuscire a ipnotizzare un intero branco di focene
a distanza sembra davvero un po' troppo! Ad ogni
buon conto, assurdo o no, il fatto si verificava
regolarmente, a dimostrazione che quella gente
continuava a possedere antichi poteri che solo
pochi uomini erano ancora in grado di governare.
Lo studio dei popoli primitivi ha ormai chiaramente
dimostrato che i numerosi graffiti dell'Età
della Pietra rinvenuti sulle pareti delle caverne
in cui si scorge un uomo, uno sciamano, che sembra
danzare vestito con pelli di animali, non sono
affatto da intendersi come una sorta di arte paleolitica,
bensì come la raffigurazione pittorica
di speciali rituali magici appositamente inscenati
per attirare le prede nelle vicinanze dei cacciatori,
né più né meno come avevano
fatto i cacciatori di focene davanti agli occhi
esterrefatti di Grimble. Nel bel libro “Wizard
of the Upper Amazon” scritto da F. Bruce
Lamb, si raccontano le esperienze di un peruviano,
un certo Manuel Cordova, che rapito da piccolo
dagli indiani Amahuaca era cresciuto presso di
loro assimilandone la cultura. Lamb testimonia
che i cacciatori primitivi di oggi non fanno altro
che imitare ciò che i loro antenati preistorici
già facevano migliaia di anni or sono.
Fra i molti episodi, Cordova racconta come i cacciatori
siano soliti ammazzare il capo branco di un gruppo
di maiali selvatici e ne sotterrino la testa lungo
il sentiero, nella ferma certezza che questo rituale
costringerà il branco a ripassare ancora
da quel passaggio. In un altro brano dalla drammatica
sequenza, Cordova descrive le libagioni rituali,
quando gli indigeni si riempiono di “hini
xuma”, un liquore allucinogeno che chiamano
"estratto della visione", grazie al
quale hanno visioni continue di animali come serpenti
e uccelli. Ricorda anche che una notte un gigantesco
leopardo apparve proprio nel bel mezzo della cerimonia,
senza né spaventare né fare del
male ad alcuno. Un'altra testimonianza significativa
di un uomo che ha trascorso parte della sua vita
fra popoli selvaggi, è il bel libro dal
titolo “Mitsinari” (1954) di padre
André Dupreyat, vissuto a Papua nella Nuova
Guinea. Vi si parla dello stregone Isidoro che
poteva trasformarsi in un casuario (una specie
di grande struzzo) e, in quelle forme, era in
grado di raggiungere in sole due ore luoghi montagnosi
e lontani, normalmente raggiungibili in non meno
di cinque giorni di cammino sostenuto. Il padre
narra di alcune disavventure patite con gli stregoni
locali, i quali gli avevano mandato il malocchio
del serpente. Un potente maleficio che aveva attecchito,
tanto è vero che in breve tempo era stato
morsicato a più riprese da rettili. (Un
fatto strano, se si considera che sono i serpenti
i primi a allontanarsi appena vengono disturbati
dalla presenza dell'uomo). Ecco perché
è sbagliato continuare a immaginare un
mago alla stregua di un personaggio di Walt Disney,
con un cappello a punta tutto trapuntato di stelline.
I veri maghi ricordano molto da vicino i moderni
medium spiritici, perché, come loro, sostengono
che i poteri giungono grazie all'intervento di
spiriti. Molti maghi moderni sono convinti che
il potere e la forza per governare gli spiriti
siano accessibili solo tramite la celebrazione
di rituali, che vanno officiati e consumati con
grande attenzione e puntigliosità. Per
tradizione, il ruolo riconosciuto di stregoni,
uomini-medicina e sciamani è quello di
intermediari fra l'essere umano e il mondo spirituale
e la loro funzione prioritaria è quella
di garantire alla tribù una buona caccia
e un ricco raccolto. Anche i sacerdoti Druidi
dei Celti appartenevano a questa categoria di
maghi. Il druidismo, come sappiamo, era una forma
di religione naturalistica, approdata in Britannia
attorno al 600 a.C. a seguito delle migrazioni
dei Celti. Ma, per essere precisi, molte forme
di religione spontanea già esistevano in
loco, come per esempio le ritualistiche legate
al sito di Stonehenge, un vero e proprio tempio
magico, perfettamente allineato in terra con le
stelle in cielo. Secondo Nicolai Tolstoj, Merlino
può considerarsi "l'ultimo dei Druidi".
Il druidismo venne introdotto nel Galles dai Celti,
riuscendo a sopravvivere anche per molti secoli
dopo che il cristianesimo aveva imposto la sua
legge sulle Isole Britanniche. Tolstoy sottolinea
che le storie relative a Myrddin - specialmente
quelle che contemplano la figura del bardo Taliesin
- sono piene zeppe di collegamenti che uniscono
magia e druidismo. Ricorda, per esempio, i sacri
alberi delle mele (che i Druidi veneravano in
boschetti sacri) e i "famigli", gli
animali alleati come il maiale o il lupo. Lo accosta
al grande dio cornuto della mitologia pagana.
Per Tolstoj è la "foresta di Calidon"
il luogo che accoglie Merlino ormai impazzito,
una macchia boschiva in Scozia, nei pressi di
Hart Fell, nel punto in cui nascono i fiumi Annan
e Clyde. Sempre stando a Tolstoj, Merlino tenne
anche fede alla sua profezia nella quale aveva
previsto la sua stessa morte, che sarebbe avvenuta
per percosse, impalamento e annegamento. Infatti,
dopo essere stato picchiato dai pastori, era scivolato
nelle acque del fiume Tweed ed era rimasto infilzato
in un palo prima di annegare. Goodrich preferisce
abbracciare la storia tradizionale, nella quale
Merlino viene ucciso da una donna di nome Ninian
o Nimue, la Dama del Lago (chiamata anche Viviana),
di cui si era follemente innamorato e alla quale
aveva rivelato tutti i suoi segreti di magia.
La donna però lo aveva sempre rifiutato
e alla fine, tramite un potentissimo incantesimo,
lo aveva condannato a restare sepolto vivo in
una grotta racchiusa da una grande roccia. Un
altro autore segnala che a suo avviso Nimue altri
non era che la santa cristiana Nimue e che la
storia del suo trionfo finale su Merlino rappresenta
in chiave simbolica la vittoria della Chiesa sul
paganesimo. Come già ho anticipato, i due
bei libri di Nicolai Tolstoj e Norma Lorre Goodrich
sono ricchi di storie complesse e intricate, capaci,
nel loro formidabile insieme, di lasciare chi
legge in una condizione che potremmo definire
di "confusione illuminata". Ma alla
fine, il quadro che ne viene fuori è quello
di un re Artù realmente esistito, uno dei
più grandi condottieri dell'epoca medievale,
consigliato da un Merlino concreto e vitale, sciamano
e druido. I due personaggi lasciarono dietro di
loro un'impronta così straordinaria che,
sin da subito dopo la loro morte, le avventure
della loro vita erano entrate a far parte di una
consistente mitologia, via via sempre più
ricca. Tanto che la leggenda aveva addirittura
superato la realtà, così da non
consentire più di discernere fino a che
punto le imprese di questi due eroi (vissuti fra
il 450 e il 550 d.C.) appartenessero al mondo
della realtà o a quello della fantasia.
Una cosa però sembra potersi accertare
sempre, ogni qual volta si indaga sul loro mistero:
essi furono personaggi realmente esistiti. |
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