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Joan
Norkot: il mistero del cadavere sanguinante |
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Quando
nel 1690 Sir John Mainard, da tutti considerato
«gentiluomo di grande qualità
e giudice integerrimo» morì,
fra le sue numerose carte venne rintracciato
un documento processuale in cui si narrava
il caso del cadavere di una donna morta
trucidata che incolpava i suoi assassini.
L'intero documento venne pubblicato nel
luglio del 1851 sulla rivista «The
Gentleman's», su iniziativa di un
certo avvocato Hunt che era venuto in
possesso di una copia del testo. Il fatto
veniva definito così straordinario
che lo stesso giornale prendeva le distanze
titolando: Un singolare caso di superstizione.
Tuttavia Mainard sottolineava in modo
chiaro che l'episodio aveva avuto |
molti
testimoni oculari, fra cui anche due preti. Il
processo in cui era stato dibattuto il caso sconcertante
si era consumato all'assise di Hereford, nell'Herefordshire,
«nel quarto anno di regno di sua maestà
re Carlo I» (1629), ben sessant’anni
prima della morte dello stesso Mainard. Il testo
di Mainard compare per intero nel libro del reverendo
Montague Sommers che si intitola The Vampire in
Europe (1929). Anche il racconto presentato da
Valentine Dyall in Unsolved Mysteries del 1954
(grazie alle ricerche di Larry Forrester e Peter
Robinson) si basa sui resoconti del processo,
pur ammettendo trattarsi di informazioni «sospettosamente
scarne». Il resoconto presenta una a dir
poco irritante mancanza di date, riferimenti e
persino nomi, tuttavia in linea generale è
sufficientemente chiaro. Ecco la storia. Fra i
coniugi Arthur e Joan Norkot si è venuta
a creare una tensione altissima: lui la sospetta
di infedeltà e tradimento. Forse il vero
problema per la coppia è il sovraffollamento
del misero alloggio in cui vivono. Due stanzette
in cui sono costretti a campare duramente assieme
con un figlio, la madre di Arthur, Mary Norkot,
la sorella di lui col marito, Agnes e John Okeman.
Una mattina Joan viene trovata cadavere nel letto
con la gola tagliata. A fianco sta il bimbo, illeso.
Sul pavimento un coltellaccio da cucina coperto
di sangue. Stando alla testimonianza dei parenti,
quella notte il marito non l'aveva trascorsa in
casa. Era andato a rendere visita a degli amici
nei pressi di Tewkesbury. I parenti che vivono
con John escludono in modo tassativo che l'uomo
possa essere entrato di soppiatto nella casa per
perpetrare il delitto, dal momento che per arrivare
alla camera da letto era d'obbligo transitare
nella stanza dove dormiva tutto il resto della
famiglia. Nel corso dell'inchiesta che segue,
viene riconosciuto ampiamente il difficile rapporto
di coppia e si ricorda che proprio quella sera
Joan «era alquanto alterata» prima
di andare a dormire. Ma quando gli inquirenti
avevano trovato il coltello avevano notato non
solo che stava a una certa distanza dal letto,
ma anche che il manico era rivolto verso la porta.
Ammesso, ma non concesso, che Joan si fosse uccisa,
come avrebbe fatto, dopo essersi sgozzata, a gettare
in terra il coltello orientandolo col manico verso
la porta? Malgrado questa e molte altre incongruenze,
il verdetto parla di “felo-de-se”,
vale a dire di suicido, e la povera donna viene
frettolosamente sepolta, probabilmente in terra
sconsacrata. Ma la prova del coltello non convince
nessuno e si incomincia a mormorare sul caso (Mainard
parla semplicemente di «osservazioni in
merito a diverse circostanze»). Le voci
aumentano fino a che il coroner è costretto
a far riesumare il cadavere per riaprire le indagini.
L'esame del corpo evidenzia che l'osso del collo
è spezzato. È evidente che questo
la donna non avrebbe potuto autoinfliggerselo.
Qualcuno scopre poi che la quantità di
sangue trovata sul pavimento è superiore
a quella trovata sul letto, particolare a dir
poco singolare, se, come era stato detto, Joan
si era sgozzata sul letto. Per di più l'alibi
del marito prende a vacillare e poi crolla, quando,
interrogati a fondo gli amici, questi negano di
averlo incontrato quel giorno, affermando anzi
di non vederlo da più di tre anni. Malgrado
altre prove si accumulino a condanna dei familiari,
ritenuti conniventi, il tribunale non ritiene
si tratti di fatti decisivi e scagiona tutti.
Ma il giudice Harvey, dopo essersi ripreso dalla
sorpresa del verdetto, decide che un delitto così
assurdo e clamorosamente tale non può restare
impunito e decide di ricorrere contro la sentenza.
L'iniziativa viene presa per il buon nome e la
difesa dei diritti del piccolo figlio di Joan.
Il dibattito riprende al cospetto del giudice
Harvey. Ed è in questo frangente che a
un certo momento viene fuori la testimonianza
anonima di un prete - il sacerdote della parrocchia
- che sostiene che il cadavere è in grado
di indicare il suo assassino. Davanti all’incredulità
del giudice che chiede al prete se egli abbia
per davvero assistito a una simile cosa, questi
gli risponde dicendo che «si augurava che
tutti potessero constatarlo». Ciò
che accadde è molto vicino a questa dinamica
dei fatti. A trenta giorni dalla sepoltura, il
corpo di Joan era stato esumato. La tomba aperta,
la bara scoperchiata deposta accanto, probabilmente
su un cavalletto. Non doveva essere un bello spettacolo,
perché la giugulare tranciata aveva svuotato
l'intero corpo del sangue. Ad ogni buon conto,
seguendo un'antica forma di superstizione, a ogni
accusato (i familiari) era stato imposto di toccare
il cadavere. Stando alla superstizione, quando
un morto viene toccato dall'assassino la ferita
riprende a sanguinare. Davanti al cadavere la
signora Okeman era caduta in ginocchio, pregando
Dio di dimostrare la sua innocenza. Poi, come
gli altri, aveva toccato la morta. Il prete depose
il seguente resoconto: “mano a mano che
venivano chiamati, i sospettati dovevano toccare
la fronte del cadavere, che era ormai diventata
viola e scura come carne in putrefazione....ad
un tratto però la fronte aveva incominciato
a trasudare, tanto da concretizzarsi in lacrime
scendendo sul viso; nel frattempo la fronte cambiava
colore, tornando ad essere rosea, come quando
la donna era viva. Poi il cadavere aveva spalancato
un occhio per richiuderlo subito dopo, e questo
apri e chiudi si era ripetuto parecchie volte.
Poi si era sfilato la vera matrimoniale tre volte
e tre volte se l'era rimessa, tanto che l'anulare
si era messo a sanguinare e alcune gocce erano
cadute sull'erba”. Era su questa incredibile
testimonianza che il giudice aveva espresso dubbi.
Allora il prete si era appellato al fratello,
anch'egli sacerdote di una vicina parrocchia,
pure presente ai fatti. Il secondo prete aveva
confermato ogni cosa: che la fronte aveva incominciato
a sudare, che il colore era cambiato e da livido
era tornato roseo come quello della carne fresca
e viva, che l'occhio si era aperto e che il dito
si era mosso e rimosso per tre volte. (Detto per
inciso, questo fatto era stato interpretato come
la segnalazione che solo tre dei quattro indagati
erano colpevoli). Ciò che ne era conseguito
non era stata che la ripetizione di quello che
già era stato detto al primo processo.
Il corpo senza vita della povera Joan era stato
ritrovato sul letto «in posizione composta»,
le coperte in ordine, il figlioletto disteso accanto.
Già solo questi particolari attestavano
un delitto, perchè era letteralmente impossibile
che la donna si fosse tagliata la gola in qualche
altra parte della camera - il pavimento era tutto
imbrattato di sangue - e si fosse poi gettata
sul letto. Oltre tutto, il collo spezzato indicava
che la poveretta era stata aggredita con un certo
impeto. Se è possibile che una persona
si spezzi il collo da sola, è del tutto
impossibile che subito dopo si tagli la gola.
Lo stesso per il contrario, ossia che si sgozzi
e dopo si spezzi il collo. Dagli atti processuali
pareva si fosse verificata la seguente dinamica
dei fatti. Quella sera i due coniugi avevano litigato
violentemente e alla fine il marito aveva preso
la moglie per la gola. La donna era caduta battendo
violentemente la testa contro qualcosa, rompendosi
l’osso del collo. Preso dal panico - perché
la morte era stata accidentale - Arthur Norkot
si era consigliato sul da farsi con la madre,
la sorella e il marito di lei, John Okeman, che
aveva voluto mantenersi estraneo alla vicenda.
Per evitare sospetti a proposito del collo spezzato,
avevano pensato di tagliarle la gola con un coltello.
Ma erano talmente spaventati che avevano eseguito
l'operazione sul pavimento invece che sul letto.
Poi avevano sistemato Joan alla bell'e meglio
col figlioletto accanto, il quale, nel frattempo,
aveva continuato a dormire. Qualcuno di loro aveva
persino lasciato delle evidenti impronte sulla
sua mano. (Il giudice Hyde, che era stato chiamato
a decidere sul caso, era così inesperto
da non essere neppure in grado di distinguere
se l'impronta fosse di una mano destra o sinistra).
Poi, prima di lasciare la stanza, qualcuno aveva
gettato il coltellaccio - che probabilmente stava
nei pressi della porta - nella stanza, che si
era così venuto a trovare vicino al letto.
Da ultimo, dopo essersi pulito le mani dal sangue,
Arthur Norkot se n'era andato, dando istruzione
alla madre di "trovare" il corpo la
mattina dopo e raccontare che il figlio aveva
trascorso la notte da amici in quel di Tewkesbury.
Appare più che evidente che il tentativo
di far passare la morte di Joan come un suicidio
è talmente palese che anche un investigatore
ottuso avrebbe potuto e dovuto accorgersene. Ma
nel 1629 l'investigazione scientifica era una
disciplina pressoché sconosciuta. Sarebbero
occorsi altri due secoli prima che in Inghilterra
nascesse un corpo di polizia riconosciuto. Quando
qualcuno era sospettato di omicidio, il metodo
standard di investigazione era la tortura: o confessava
o moriva. All'epoca nessuno ritenne che le prove
a carico della famiglia Norkot fossero sufficienti.
Ma questo ci porta all'interrogativo più
inquietante. È vero che il corpo senza
vita della donna si era come ridestato per accusare
i suoi assassini? I lettori interessati agli argomenti
dedicati alla possessione da parte degli spiriti
dei morti, non potranno fare a meno di ammettere
la cosa come possibile. In alcuni casi, sembra
persino che lo spirito che "possiede"
il vivente sia anche in grado di innescare altri
fenomeni, come quello dello spostamento di oggetti
(poltergeist). In un caso a dir poco straordinario,
la vittima di un delitto sembrerebbe essere addirittura
tornata ad accusare il suo carnefice. Dunque l'ipotesi
che il cadavere di Joan Norkot abbia dato alcuni
segni di vita anche molti giorni dopo la morte,
potrebbe non essere completamente assurda, anche
se è doveroso segnalare che nell'ampia
e secolare storia del paranormale si tratterrebbe
dell'unico caso. Nel suo libro “Unsolved
Mysteries”, Valentine Dyall suggerisce un'ipotesi
che sembra credibile: che i due medici che sovrintesero
al caso abbiano voluto provocare una forte scossa
ai presenti e ai giudicanti al fine di ottenere
una confessione aperta da parte degli autori del
delitto. Vediamo come. Nella mano sinistra della
donna avevano nascosto una piccola vescica contenente
del liquido rosso scuro, la cui apertura poteva
essere manovrata tramite un sottilissimo filo,
che era stato fatto passare nell'anulare, il dito
della fede matrimoniale. Un altro filo invisibile
era stato collegato alle ciglia di un occhio.
Ambedue le estremità dei fili erano poi
state fissate alle due maniglie che servivano
per trasportare la bara. Quando si era svolto
il "test" della verità, per cui
gli imputati avevano dovuto toccare il cadavere,
i due medici (sistematisi ai lati del feretro)
avevano agito sui fili. Ecco che così l'occhio
si era aperto e chiuso e il sangue aveva ripreso
a sgorgare in tal misura da scendere lungo un
fianco e addirittura fuoriuscire da un interstizio
della cassa costruita in modo rozzo e grossolano.
La rinnovata fuoriuscita del sangue indicava,
dunque, che la donna era stata assassinata da
uno di coloro che l'avevano appena toccata. Nel
rapporto si legge che qualcuno, incredulo, si
era preso la briga di osservare da vicino il sangue
riscontrando che si trattava di sangue autentico.
Un accorgimento logico, ovviamente, cui avevano
provveduto i due medici autori della messa in
scena. Sebbene l'ipotesi della Dyall abbia un
senso, restano lo stesso molti dubbi. Per esempio,
i fili, per quanto sottili avrebbero potuto essere
notati. E che dire della testimonianza dei due
preti che sostengono che la carne della fronte
aveva ripreso il suo colorito roseo e vitale?
Pura immaginazione? Possibile, salvo il fatto
che la trasudazione della fronte viene indicata
come il primo degli sconcertanti fenomeni manifestatisi
sul cadavere, prima ancora dei movimenti dell'occhio
e del dito. D'altro canto, volendo sostenere l'ipotesi,
diciamo così, "immaginifica"
sarebbe stato più logico che i segni vitali
rivelatori partissero prima dal volto per poi
trasmettersi al resto del corpo. Lasciate da parte
le spiegazioni possibili, sta di fatto che la
testimonianza dei due preti risultò decisiva.
Anthur Norkot, la madre e la sorella vennero condannati
a morte. Per motivazioni che Sir John Mainard
(che all'epoca del processo aveva il grado di
sergente) non spiega, la giuria stabilì
di non condannare il cognato di Norkot, John Okeman.
All'atto della pronuncia della sentenza, tutti
e tre i condannati avevano gridato: «No,
no, io non l'ho fatto». Poi Agnes Okeman
era stata rilasciata perché incinta, mentre
Mary e Arthur Norkot erano stati impiccati. Alla
fine Mainard conclude dicendo: «Ho indagato
per sapere se nel momento dell'esecuzione capitale
abbiano rivelato qualcos'altro. Da quello che
mi è stato detto, non l'hanno fatto».
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