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IL
MANOSCRITTO MISTERIOSO DI VOYNICH |
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Era
il 1912 quando un collezionista di libri
rari, Wilfred Voynich, saputo dell'esistenza
di un misterioso manoscritto venuto alla
luce in un antico baule conservato nella
scuola gesuitica di Mondragone a Frascati,
era riuscito ad accaparrarselo per un'ingente
somma. Si trattava di un volume in ottavo,
di circa 18 per 27 cm, composto di 204
pagine. In origine ne aveva altre 28,
ma erano andate perdute. Era scritto in
cifrato che a prima vista si sarebbe detto
la tradizionale, consueta calligrafia
medievale. Quasi tutte le pagine erano
come ricamate da lievi piccoli disegni
di corpi nudi femminili, diagrammi astronomici
e ogni genere e tipo di pianta a più
colori. |
Era il 1912 quando un collezionista
di libri rari, Wilfred Voynich, saputo dell'esistenza
di un misterioso manoscritto venuto alla luce
in un antico baule conservato nella scuola gesuitica
di Mondragone a Frascati, era riuscito ad accaparrarselo
per un'ingente somma. Si trattava di un volume
in ottavo, di circa 18 per 27 cm, composto di
204 pagine. In origine ne aveva altre 28, ma erano
andate perdute. Era scritto in cifrato che a prima
vista si sarebbe detto la tradizionale, consueta
calligrafia medievale. Quasi tutte le pagine erano
come ricamate da lievi piccoli disegni di corpi
nudi femminili, diagrammi astronomici e ogni genere
e tipo di pianta a più colori.
Il manoscritto era accompagnato da una lettera,
datata 19 agosto 1666, scritta da Joannes Marco
Marci, rettore dell'Università di Praga.
La lettera era indirizzata al celebre gesuita
e studioso Athanasius Kircher - oggi ricordato
soprattutto per gli studi sull'ipnosi - e si denunciava
che il libro era stato acquistato per 600 ducati
dall'imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo
II di Praga. Kircher era un esperto di crittografia,
avendo dato alle stampe un testo sull'argomento
datato 1663, in cui annunciava al mondo di essere
riuscito a decifrare i misteriosi geroglifici
egiziani. La cosa ci induce a ritenere il personaggio
un tipo un po' troppo fantasioso, se è
vero, come sappiamo, che la loro decifrazione
avvenne soltanto un secolo e mezzo dopo per opera
dello Champollion. Da quel che pare, Kircher si
era messo al lavoro per la decodifica di qualche
pagina, su invito del precedente proprietario,
che diceva di aver praticamente dedicato l'intera
sua vita nell'inutile operazione. Ora, gli faceva
pervenire tutto il resto del volume.
Non sappiamo per quali vie il manoscritto era
approdato a Praga, ma la possibilità più
accreditata è che vi venisse portato dall'Inghilterra
su iniziativa del famoso mago di corte della regina
Elisabetta, il dottore mirabile John Dee, che
aveva visitato Praga nel 1584. Secondo alcuni,
Dee avrebbe ottenuto il manoscritto dal duca di
Northumberland, che aveva saccheggiato e depredato
i monasteri inglesi su preciso ordine del re Enrico
VIII. Più tardi, lo scrittore inglese Sir
Thomas Browne riferisce che il figlio di Dee parlava
di «un libro che non conteneva null'altro
che geroglifici», che lui aveva esaminato
e studiato a Praga. Per Marci, invece, il misterioso
volume era frutto del lavoro esoterico di un altro
grande, il monaco e scienziato del XIII secolo
Ruggero Bacone.
Il manoscritto Voynich (come lo si chiama oggi)
costituisce davvero un bel mistero proprio perché
sembra fin troppo chiaro: con tutti quei disegni
di piante e vegetali, a prima vista si direbbe
infatti un "erbario", un libro che insegna
ad estrarre succhi e pozioni benefiche dalle piante.
D'altra parte è normale aspettarsi dei
diagrammi e delle tavole astronomiche e zodiacali
in un erbario, perché molte piante andavano
raccolte con la Luna piena o quando stelle e pianeti
si trovavano in una data, precisa collocazione
celeste.
Neppure Kircher aveva avuto successo nella decrittazione
e alla fine, arresosi, lo aveva consegnato al
collegio gesuita di Roma, da dove era poi transitato
nelle mani dei Gesuiti di Frascati.
Da parte sua, Voynich era certo che il manoscritto
non avrebbe continuato a restare un enigma, una
volta che altri studiosi avessero avuto l'opportunità
di visionarlo. Così aveva distribuito copie
dell'originale a tutti gli interessati. Il primo
grosso nodo da sciogliere era riuscire a riconoscere
la lingua in cui era scritto: latino, inglese
medievale, forse persino lingua d'Oc. La cosa
non sembrava impossibile, dal momento che i disegni
delle piante erano titolati, sebbene con scritte
in codice. Ma molti nomi erano immaginari. Lo
stesso per le costellazioni: potevano essere riconosciute
fra quelle presenti nel firmamento, ma questa
volta era il loro nome che non si poteva dedurre.
Gli specialisti in decifrazione si impegnarono
a fondo, applicando i più diffusi metodi
di decrittazione arrivando a dedurre 29 diverse
singole lettere o simboli, ciò nonostante
ogni tentativo di tradurre il testo in una lingua
conosciuta era fallito. Ma ciò che più
di ogni cosa indispettiva gli studiosi stava nel
fatto che, per quanto strano, il testo non sembrava
affatto scritto seguendo la chiave di un codice,
ma come se l'autore lo avesse scritto in piena
scioltezza, come chi scrive nella propria lingua
madre. Molti analisti, filologi, studiosi, linguisti,
astronomi, profondi conoscitori dei metodi baconiani
si offrirono; persino la Biblioteca vaticana mise
a disposizione i suoi uffici e i suoi libri pur
di arrivare a una conclusione. Invano. Il misterioso
manoscritto continuò a rifiutarsi di svelare
il suo segreto o, forse è meglio dire,
i suoi segreti.
Poi nel 1921 un professore di filosofia dell'Università
della Pennsylvania, William Romaine Newbold, annunciò
che alla fine ce l'aveva fatta a svelare il codice
segreto del libro. Lo avrebbe annunciato nel corso
di un incontro da tenersi a Philadelphia nell'ambito
della Società americana di filosofia. La
prima cosa che aveva attuato era stato far corrispondere
a ciascun simbolo una lettera dell'alfabeto romano,
riducendo il gruppo da 29 a 17 unità. Utilizzando
il vocabolo latino conmuto (o commuto, che significa
permuto) come parola chiave era riuscito a ricavare
più di quattro versioni del testo, di cui
l'ultima, quella giusta, derivata direttamente
da vocaboli latini e da loro anagrammi. A questo
punto era bastato ricomporre il tutto per ottenere
uno straordinario manoscritto scientifico, attestante
che Bacone era un genio incomparabile.
La cosa, d'altra parte, è nota. Era stato
proprio Bacone, in un passo del suo Opus maius,
a instillare in Colombo l'idea che le Indie si
sarebbero potute raggiungere salpando dalla Spagna
e veleggiando verso occidente. In giorni improntati
allo studio di rigide discipline quali l'alchimia
e dogmatiche scienze così come erano state
impostate dal grande Aristotele, Bacone aveva
invece difeso una conoscenza nuova, basata sull’esperimento
e sull'osservazione e per questo era stato incarcerato.
Perché rigettando l'autorità aristotelica
egli rinnegava anche quella della Chiesa. Nel
suo La città di Dio Agostino già
aveva avvisato l'umanità di stare attenta
alle insidie della scienza e dell'intelletto,
primi impedimenti verso la salvezza. Ruggero Bacone,
al pari del suo omonimo elisabettiano Francesco,
si rendeva ben conto che un simile atteggiamento
significava il suicido dell'intelletto; tuttavia,
ciò malgrado, si deve lo stesso riconoscere
che essendo anche figlio del suo tempo, Opus maius
è un'opera colma di pregiudizi e grossolani
errori e superstizioni.
Ma, se Newbold ha ragione, Bacone fu uno dei più
straordinari scienziati prima di Newton. Era solito
usare un microscopio da lui costruito per osservare
cellule e spermatozoi - a questo si riferivano
i disegni di animaletti simili a girini sui margini
del libro - e realizzò un telescopio molto
prima di Galileo, scoprendo che la nebulosa di
Andromeda era una galassia a forma di spirale.
Newbold presenta un'osservazione di Bacone che
attribuisce proprio alla descrizione di questo
corpo celeste: In uno specchio concavo ho potuto
osservare una stella a forma di chiocciola, fra
la nave di Pegaso, la corona di Andromeda e la
testa di Cassiopea. (È noto che Bacone
ben conosceva l'utilizzo della lente concava come
specchio ustorio). Sempre Newbold dichiara che
non aveva la minima idea in merito a ciò
che avrebbe osservato puntando un telescopio in
quella direzione. Grande era dunque stata la sua
sorpresa nel constatare che la "chiocciola"
altro non era che la nebulosa di Andromeda.
Il primo a mettere in risalto alcuni dei punti
deboli del metodo proposto da Newbold, è
stato David Kahn, esperto crittografo, nel suo
libro dal titolo The Codebreakers. Il metodo consiste
nel "raddoppio" delle lettere componenti
una parola. Così, per esempio, "oritur"
diventa or-ri-it-tu-ur. La soluzione del testo
avviene con l'ausilio della parola chiave "conmuto"
e con l'aggiunta della lettera "q".
Ma come avveniva il processo contrario, vale a
dire, quando Bacone trasferiva il testo originale
nel cifrato? Kahn afferma: «Molti codici
univoci, a un solo indirizzo, sono stati mal interpretati;
è certamente possibile cifrare dei messaggi,
ma è pressoché impossibile decrittarli.
Newbold sembra l'unico caso conosciuto in cui
la situazione si presenta esattamente al contrario».
Newbold morì nel 1926, a soli sessant'anni.
Due anni dopo, il suo amico Roland G. Kent diede
alla stampa il risultato delle sue ricerche in
un libro intitolato The Cipher of Roger Bacon,
un testo ampiamente accettato da illustri studiosi,
fra cui, per esempio, Étienne Gilson.
Ma c'era un allievo che, proprio perché
aveva approfondito all'estremo lo studio del sistema
applicato da Newbold, non se ne dichiarava soddisfatto.
Era il dottor John M. Manly, filologo capo dell'istituto
di lingua inglese presso l'Università di
Chicago, destinato a diventare assistente del
grande Herbert Osborne Yardley - celebrato come
il massimo esperto in decodifica di tutti i tempi
- quando nel 1917 il servizio segreto degli Stati
Uniti decise di aprire un dipartimento appositamente
dedicato alla decrittazione di codici segreti.
Manly aveva dato alle stampe gli otto volumi della
edizione definitiva dell’opera di Chaucer,
mettendo a confronto non meno di ottanta versioni
del manoscritto medievale dei Racconti di Canterbury.
Una delle conquiste più eclatanti e prestigiose
della sua carriera era stata la decifrazione di
una lettera in codice trovata all'interno del
bagaglio di una spia tedesca che si faceva chiamare
Lothar Witzke, catturata a Nogales, in Messico,
nel 1918. Nel corso di tre giorni di full immersion,
Manly era riuscito a risolvere le dodici trasposizioni
cifrate, attraverso uno slittamento multiplo in
scala orizzontale di gruppi di tre e quattro lettere,
finalmente disposti nella versione finale secondo
una disposizione verticale. Davanti alla corte
marziale, Manly era stato in grado di leggere
a voce alta il messaggio cifrato, inviato alla
spia dal ministro Tedesco in Messico: «Il
latore di questo messaggio è un membro
dell'impero e si muove sotto le mentite spoglie
di un cittadino russo di nome Pablo Waberski.
In realtà si tratta di un agente segreto
tedesco...». Questo fatto fu la prova schiacciante
della sua colpevolezza. L'uomo era stato condannato
a morte, anche se poi la pena era stata commutata
nel carcere a vita da un gesto di magnanimità
del presidente americano Wilson.
Ora Manly si era dedicato all'analisi del libro
di Newbold e del suo metodo, giungendo a concludere
che l'autore si era in pratica autoingannato.
L'anello debole di tutto il complicato sistema
di decifrazione consisteva nel processo di anagramma.
Molte frasi, infatti, potevano essere anagrammate
in dozzine di altre frasi tutte diverse fra loro,
un metodo tipico di Bacone, tanto che molti suoi
sostenitori si facevano forti di questa sua caratteristica
per indicare in lui il vero autore delle opere
attribuite a Shakespeare. Per una frase che contempli
anche soltanto un centinaio di lettere, non esiste
in pratica un metodo assoluto che garantisca che
solo e soltanto quel dato aggiustamento anagrammatico
sia quello corretto, l'unica soluzione. In merito,
Kahn propone il semplice esempio delle parole
"Ave Maria, piena di grazia, il Signore è
con te", anagrammabili in almeno un migliaio
di altre frasi e versioni tutte diverse.
Inoltre Newbold aveva classificato alcuni "tratti
calligrafici abbreviati" come segni di base
per il suo sistema interpretativo. Quando Manly
li aveva osservati con l'ausilio di una potente
lente di ingrandimento si era invece reso conto
della loro vera natura: niente di più che
semplici impuntature della penna che si era come
incastrata nella pergamena lasciandosi dietro
lettere e segni incompleti. Insomma, i casi in
cui Newbold veniva colto in plateale errore erano
così numerosi da poter tranquillamente
asserire che Manly aveva demolito sin dalle fondamenta
la sua ipotesi di decifrazione del codice criptato
adottato da Ruggero Bacone nel misterioso manoscritto.
Da quell'anno in avanti - siamo nel 1931 - ci
furono molteplici altri tentativi di decodifica.
Nel 1933 un medico esperto nello studio dei tumori,
il dottor Leonell C. Strong, pubblicò alcuni
frammenti di traduzione, rivelando con sua grande
soddisfazione che il testo altro non era che un
erbario scritto da uno studioso inglese, certo
Anthony Ascham. Fra le altre rivelazioni, Strong
svelò anche una ricetta contraccettiva
che sembrava funzionare assai bene. Ciò
che però Strong non riuscì mai a
chiarire compiutamente fu il sistema seguito per
giungere alla comprensione del testo e così
la sua proposta non venne in pratica tenuta in
conto da nessuno.
Poi era stata la volta di William F. Friedman,
il quale negli ultimi anni della seconda guerra
mondiale aveva dato corpo a un gruppo di studiosi
dedito all'analisi del manoscritto. La fine del
conflitto aveva fatto sciogliere il gruppo e non
si era approdati a nulla. Ma Friedman aveva lo
stesso fatto osservare come il manoscritto Voynich
differisca da tutti gli altri scritti in codice
per un sostanziale, importante aspetto. Di norma,
una delle prime regole messe in atto dall'inventore
di un codice segreto è quella di evitare
le ripetizioni che sono appigli di facile individuazione
e che consentono a chi si appresta alla decifrazione
di avere alleati seminati nel testo (per esempio,
il gruppo reiterato di tre lettere, nella lingua
inglese, potrebbe facilmente essere decifrato
come "and" e "thè").
Ebbene, il manoscritto Voynich presenta una grande
abbondanza di ripetizioni, molte di più
di un testo cifrato classico. Questa osservazione
portò Friedman a immaginarlo come scritto
in un linguaggio artificiale che, per il semplice
motivo della chiarezza, non può fare a
meno di utilizzare le ripetizioni, a differenza
di un linguaggio naturale complesso. La cosa però
presuppone che Ruggero Bacone (o chi scrisse il
manoscritto) desiderasse così ardentemente
velare il significato delle sue parole da mettere
in atto una strategia estremamente sofisticata,
tanto da essere considerata inaccessibile persino
dai grandi esperti di messaggi in codice. E tutto
questo per un monaco del XIII secolo, che non
si vede perché necessitasse di utilizzare
chissà quale codice occulto, ci pare veramente
cosa improbabile...
Ma sta qui, proprio in questo, la vera e profonda
chiave dell'arcano. Noi oggi ancora non sappiamo
perché il manoscritto venne redatto, da
chi e in quale linguaggio, ma quand'anche venissimo
a capo di questi interrogativi, continueremmo
a non vedere una buona ragione di tanta fatica
per l'invenzione di un codice assolutamente impenetrabile.
I primi testi criptati sono conservati nella Biblioteca
vaticana e risalgono al 1326 (quando Ruggero era
un bambino) e raccolgono molto semplicemente soltanto
dei nomi in codice di personaggi legati ai partiti
politici dei Ghibellini e dei Guelfi, rispettivamente
sostenitori della causa imperiale e papale. Nel
testo i Ghibellini erano detti gli Egiziani, mentre
i Guelfi erano i Figli di Israele. (Facile, con
queste premesse, indovinare da che parte stava
il redattore del codice!). Le prime "sostituzioni"
cifrate, occidentali moderne iniziano a far data
dal 1401. Il primo trattato di codici segreti,
il Poligraphia di Giovanni Tritemio, fu pubblicato
soltanto nel 1518, due anni dopo la morte dell'autore.
Per questo diventa difficile immaginare che Ruggero
Bacone o qualsiasi altro inventore nel secolo
immediatamente successivo alla sua scomparsa si
sia potuto sobbarcare un rovello mentale così
straordinario da creare un codice tanto sofisticato
da non essere stato decifrato neppure ai nostri
giorni. Kahn prova a immaginare perché
l'ipotetico redattore del misterioso erbario (ciò
che, in definitiva, parrebbe essere a prima vista
il manoscritto Voynich) ci tenesse tanto a nascondere
il suo lavoro, ricordando il più antico
caso di occultamento che la storia ricordi, ossia
quello rinvenuto su una tavoletta di argilla impressa
con caratteri cuneiformi e databile attorno al
1500 a.C.: «La tavoletta contiene la prima
formula a noi nota per la smaltatura della ceramica.
L'ignoto scriba, geloso della sua straordinaria
scoperta, utilizza i segni cuneiformi... nella
loro accezione meno comune». Possiamo quindi
immaginare che l'autore del manoscritto Voynich
fosse un abile erborista desideroso di fermare
sulla carta, per sé e per i suoi allievi,
le ricette messe a punto con tanta applicazione
e fatica, nella - in questo caso più fondata
che mai - speranti di evitare che divenissero
preda di qualche concorrente.
E’ stata forse questa la molla che ha spinto
l'antiquario, esperto di libri, Hans Kraus a entrare
nella storia dei manoscritto. Quando nel 1960,
alla venerabile età di novantasei anni,
Ethel Voynich morì, Kraus fece di tutto
per entrare in possesso del manoscritto dagli
eredi, per poi metterlo all'asta per la bellezza
di 160.000 sterline. La promessa caldeggiata era
che chi fosse riuscito a decifrare il misterioso
testo avrebbe certamente scoperto informazioni
che avrebbero scritto una nuova pagina della storia
dell'uomo. Insomma, un'opera che una volta decodificata
avrebbe visto il suo valore salire alle stelle.
Ma non si era fatto avanti nessuno e così
alla fine, nel 1969, Kraus pensò bene di
donare il libro alla Università di Yale
dove tuttora si trova, in attesa che qualche ispirato
decifratore possa trovarne la chiave interpretativa.
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