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IL
LIBRO DI OERA LINDA |
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Nel
1876 compare a Londra un libro sconvolgente
dal titolo Libro di Oera Linda”,
sottotitolato “Da un manoscritto
del XIII secolo”. L'editore, Trubner
& Co., è uno dei più
seri presenti sul mercato e non c'è
alcun motivo di pensare a una falsificazione.
Il fatto poi che accanto al testo in inglese
venga riportato a fronte quello originale
in frisone (la lingua della Frisia, la
parte più settentrionale dell'Olanda)
è una garanzia aggiuntiva di serietà,
offrendo l'opportunità agli studiosi
di verificarne l'autenticità. La
cosa è lo stesso scottante, perché
se ciò che sta scritto nelle pagine
del libro è vero, la storia del
mondo antico va completamente riveduta
e corretta. |
Si
racconta che nel III millennio a.C., nel tempo
in cui vennero innalzate le grandi piramidi e
Stonehenge, nel nord dell'Europa esisteva una
grande isola continente, abitata da una razza
altamente civilizzata. Nel 2193 a.C. l'isola era
scomparsa, svanita come l'altrettanto leggendaria
Atlantide, completamente disintegrata da immense
catastrofi. Molti superstiti erano riusciti a
trasferire la loro civiltà altrove. Egitto
e Creta compresi. E infatti nel “Libro di
Oera Linda” leggiamo che Minosse, il favoloso
re di Creta, costruttore del labirinto, era un
frisone e che era stata questa sua civiltà
a originare in seguito quella ancora più
splendente di Atene. Tutto questo era sembrato
così straordinario e sconvolgente che in
prima battuta gli studiosi tedeschi e olandesi
sorrisero fra loro, pensando a una colossale presa
in giro. Anche se il trucco era stato inscenato
bene e probabilmente si trattava non di un falso
moderno, ma antico, vecchio di un secolo o due,
cosa che l'avrebbe al massimo spostato nel tempo
attorno al 1730. Un momento storico in cui riesce
per davvero difficile immaginare che a qualcuno
venisse in mente di mettere in atto una burla
simile. Se ci riferissimo a un centinaio di anni
dopo, nel pieno dell'età romantica, la
cosa sarebbe forse ancora ipotizzabile, vista
l'ansia di creatività e il desiderio di
dare libero sfogo all'immaginazione propri del
tempo. Ma è pressoché impossibile
pensare che nell'algida e rigida epoca di Federico
il Grande e del principe di Orange-Nassau (del
tutto refrattario dal punto di vista letterario)
ci fosse stato qualcuno tanto fantasioso da inventarsi
un lavoro simile. Certo, è vero che un
celebre falso ascritto alla fonte della poesia
gaelica - i versi di Ossian, scritti in realtà
da James MacPherson - nel 1760 aveva conquistato
l'Inghilterra e l'intera Europa; ma se anche il
Libro di Oera Linda era il frutto di un'operazione
alla MacPherson, come mai era stato dimenticato
in un cassettone ed era saltalo fuori solamente
nel 1848? Stando a ciò che si leggeva nell'Introduzione
scritta nel 1871, il libro era stato conservato
presso la famiglia Linden (o Linda) da «tempo
immemorabile» ed era scritto in una lingua
simile al greco. L'incipit era costituito da una
lettera di un tal "Liko oera Linda",
datata 803 d.C., in cui l'uomo diceva che avrebbe
conservato il libro «col corpo e con l'anima»,
poiché in esso era contenuta la storia
della sua gente. Nel 1848 il manoscritto era stato
ereditato da un certo C.Over de Linden - versione
moderna del casato Oera Linda - quando un esimio
linguista, il professor Verwijs, aveva chiesto
il permesso di esaminarlo. Sin da subito egli
aveva riconosciuto nel misterioso linguaggio del
libro l'antichissimo frisone, una forma arcaica
di olandese. La versione esaminata dal professore
era una copia dell'originale datata 1256, riportata
su pagine ottenute con fibra di cotone e scritta
con inchiostro nero che non conteneva ossido di
ferro (perché se no sarebbe diventato bruno).
Stando alla introduzione (a firma del dottor J.O.
Ottema) nel Libro di Oera Linda veniva raccontata
la storia di una grande isola continente, chiamata
Atland, posta all'incirca sulla stessa latitudine
delle isole britanniche, in quello specchio di
mare che noi oggi chiamiamo Mare del Nord (per
farla breve, a nord delle coste olandesi). Ottema
sembra immaginare trattarsi dell'Atlantide di
Platone, che molti ricercatori hanno collocato
da qualche parte nell'oceano Atlantico. E poiché
Platone afferma soltanto che Atlantide si trovava
al di là delle Colonne d'Ercole (l'attuale
stretto di Gibilterra), Ottema potrebbe aver ragione.
Stando al manoscritto, Atland godeva di un ottimo
clima e di abbondanza di cibo e fintanto che i
suoi governanti si erano mantenuti saggi e religiosi,
l'isola era rimasta serenamente in pace. Il suo
leggendario fondatore era stata una donna semidivina,
Frya, una versione della nordica Freya, la dea
lunare, il cui nome significa "signora".
(In modo analogo la parola frey significa "signore").
Gli abitanti di Atland veneravano un solo dio,
che si celava sotto il per noi impronunciabile
nome di Wr-alda. Frya era la prima di tre sorelle.
Le altre si chiamavano Lyda e Finda. Lyda aveva
la pelle scura ed aveva dato origine alle popolazioni
negroidi; Finda aveva la pelle giallastra, e aveva
dato origine alle popolazioni orientali; Frya
aveva la pelle chiara. Fino a qui siamo nella
leggenda, ma il libro prosegue raccontando quella
che sostiene essere una storia realmente accaduta.
Nel 2193 a.C. una catastrofe immane e sconosciuta
aveva colpito Atland, che era stata inghiottita
dalle acque dell'oceano. La logica suggerisce
che allo stesso modo avrebbero dovuto scomparire
anche le isole britanniche, dal momento che erano
vicinissime al misterioso continente; ma se Atland
era un territorio sotto il livello del mare come
gran parte dell'attuale Olanda, si comprende facilmente
il perché della spaventevole, catastrofica
alluvione. (Il cosiddetto Banco di Dogger dove
la leggenda colloca Atland corrisponde alla parte
più bassa del Mare del Nord). Secondo Platone,
Atlantide era andata incontro alla sua terribile
fine circa novemila anni prima. Una moderna autorità
del campo, il professor A.G. Galanopoulos, ha
dichiarato che le indicazioni offerte dal filosofo
greco a proposito di Atlantide (quelle notizie
che gli erano state tramandate dai sacerdoti egizi)
sono tutte amplificate di dieci volte; per esempio,
quando Platone scrive che il grande canale che
stava attorno alla città reale era lungo
più di diecimila stadi (oltre 1600 km)
ci pone di fronte a dimensioni gigantesche, al
punto che la superficie coperta dalla capitale
avrebbe dovuto risultare di alcune centinaia di
volte più grande di quella occupata dalle
già estese Londra o Los Angeles. In base
a questo ragionamento, se dividiamo 9000 per dieci
otteniamo 900. I sacerdoti egizi raccontano di
Atlantide al legislatore greco Solone nel 600
a.C., da questa data, aggiungendo altri 900 anni,
si arriva al 1500 a.C. Questo è grosso
modo lo stesso momento dell'esplosione del vulcano
di Santorini (a nord di Creta), la catastrofe
che sconvolse una buona metà dell'area
mediterranea. Galanopoulos sostiene che Santorini
era infatti Atlantide. L'unica obiezione forte
consiste nel ricordare che Platone colloca il
mitico continente al di là delle Colonne
d'Ercole, nel qual caso Atland sarebbe un'altra
isola continente. Un altro motivo per cui il Libro
di Oera Linda è sempre stato snobbato è
dovuto al fatto che la narrazione suona poco familiare
e i nomi strani. Sotto questo punto di vista lo
potremmo assimilare al Libro di Mormori o a quella
straordinaria opera che si intitola Oashpe dettata
sotto divina ispirazione dal medium americano
J.B. Newbrought praticamente nello stesso periodo
in cui il Libro di Oera Linda era dato alle stampe
in Inghilterra. La differenza sta però
nel fatto che mentre questi due libri vantano
un'origine ispirata dalla divinità, in
quello di Oera si dichiara che tutto ciò
che è raccontato è storia vera.
Ad ogni modo, le popolazioni che vengono citate
non sono certo frutto di fantasia. In un libro
successivo si parla a lungo di un prode guerriero
di nome Friso, ufficiale di Alessandro il Grande
(nato nel 356 a.C.) citato anche in altre cronache
storiche dei popoli del nord. (Nel Libro di Oera
Linda si parla parecchio di Alessandro). In queste
cronache si dice che Friso giungeva dall'India.
Nell'Oera Linda, l'eroe viene fatto discendere
da una colonia di Frisoni stanziatasi nel Punjab
attorno al 1550 a.C.; mentre il geografo greco
Strabone menziona queste stranissime tribù
"indiane", da lui chiamate in modo generico
Germania. Nel testo si ricorda anche Ulisse e
la sua ricerca alla caccia della sacra lampada,
una pitonessa gli aveva predetto che qualora l'avesse
trovata sarebbe diventato re d'Italia. Fallito
il tentativo di farsi consegnare sotto lauta ricompensa
(i molti tesori portati da Troia) la lampada dalla
sacerdotessa, la "Madre Terra", che
la custodiva, Ulisse aveva fatto vela fino a raggiungere
un luogo chiamato Walhallagara (nome che suona
molto simile a Walhalla) dove aveva avuto una
storia d'amore con la principessa Kalip (ovviamente
Calipso) e con la quale era convissuto per molti
anni fra «lo scandalo e la disapprovazione
di tutti coloro che lo conoscevano». Da
Calipso aveva ottenuto una sacra lampada tipo
quella che stava cercando, ma la sorte non gli
era stata amica, perché la sua nave aveva
fatto naufragio e lui era stato salvato, nudo
e senza più alcun avere, da un'altra imbarcazione.
Questo frammento di storia greca inserito nel
Libro di Oera Linda è quanto mai interessante.
Date le avventure di Ulisse attorno al 1188 a.C.,
vale a dire una cinquantina di anni oltre la moderna
datazione della caduta di Troia. Ma l’Oera
Linda potrebbe essere nel giusto. Da quel che
la leggenda tramanda, la ninfa Calipso era una
burgtmaagd (parola che significa "vergine
suprema", una sorta di capo di un gruppo
di vergini vestali), un concetto che trova riscontro
nelle affermazioni fondamentali dell'Oera Linda,
secondo il quale dopo il diluvio i Frisoni avevano
preso a navigare per tutto il mondo conosciuto,
civilizzando l'area del Mediterraneo per spingersi
fino in India. A questo punto si può ben
capire come mai studiosi e accademici abbiano
sempre disdegnato il libro: prenderlo alla lettera
voleva dire riscrivere dal principio tutta la
storia dell'umanità. Se, tanto per fare
un esempio, accettiamo che l'isola di Calipso,
Walhallagara, era l'isola di Walcheren nel Mare
del Nord, allora Ulisse aveva compiuto i suoi
viaggi al di fuori del Mediterraneo. Una situazione
assai più complicata, che rende la versione
di Omero decisamente più difficile da accettare.
Dopo un secolo di oblio, il Libro di Oera Linda
venne riscoperto da uno studioso inglese di nome
Robert Scrutton. Nel suo affascinante libro intitolato
The Other Atlantis egli racconta come nel 1967
lui e la moglie - una sensitiva dalle doti psicometriche
eccezionali - mentre stavano camminando lungo
Dartmoor avevano sperimentato la devastante visione
di un diluvio: immense, gigantesche ondate verdastre
che sommergevano implacabili le colline tutto
attorno. Otto anni più tardi, nel corso
delle sue ricerche si era imbattuto nella leggenda
del diluvio all'interno di un antichissimo testo
letterario noto come Le Triadi del Galles (dove
si parla anche di re Artù). Nel libro si
racconta che molto prima che il Kmry (Galles)
venisse unito alla Britannia, c'era stato uno
spaventoso diluvio che aveva spopolato l'intera
isola. Una sola nave era riuscita a scampare e
coloro che la guidavano erano andati a stanziarsi
nella penisola della "Terra Solatia"
(da Scrutton identificata nella Crimea, ancora
oggi chiamata Krym, nel Mar Nero). Poi i sopravvissuti
avevano deciso di visitare luoghi posti a maggiori
altezze per colonizzarli, poiché la loro
penisola era soggetta a inondazioni. Alcuni gruppi
erano approdati in Italia, altri in Germania,
Francia e Britannia. (Dopo tutto, questa narrazione
non sembra in contrasto con quel poco che conosciamo
a proposito di un altro misterioso popolo, i Celti
le cui origini continuano a rimanere del tutto
ignote). E così, alla fine, gli abitanti
del Kmry avevano fatto ritorno in Britannia (probabilmente
attorno al 600 a.C.) per fondare la religione
druidica, all'inizio dedita ai sacrifici umani.
Scrutton aveva proseguito nella ricerca portando
alla luce altri ricordi relativi a un grande diluvio
a più riprese menzionato non solo nella
poetica dei bardi gallesi ma anche nell'Edda,
il grande poema epico nordico (dove era citato
col nome di Ragnarok). A questo punto, vale ricordare
che Ignatius Donnely, il cui libro “Atlantis:
The Antedeluvian World” nel 1882 era esploso
come una bomba, l'anno dopo aveva scritto un altro
saggio intitolato “Ragnarok: The Age of
Fire and Ice” dove aveva cercato di ricostruire
le leggende catastrofiche dell'emisfero settentrionale
esponendo, fra l'altro, una dettagliata teoria
in merito alla deriva continentale che si sarebbe
poi rivelata assolutamente congrua e calzante
con le successive ipotesi della scienza geologica
terrestre. Quando Scrutton si era finalmente imbattuto
nel Libro di Oera Linda si era ritrovato assorbito
in una storia nuova dell'umanità, straordinaria
eppure credibile. La prima domanda che si era
posta suonava così: quale è stata
la precisa natura della catastrofe che cancellò
Atlantide dalla faccia del pianeta, spopolando
al contempo le isole britanniche? In The Other
Atlantis (1977) immagina che un gigantesco meteorite
o un asteroide si sia schiantato nella regione
del Polo Nord. Il violentissimo impatto aveva
avuto la forza di spostare l'asse terrestre secondo
una inclinazione maggiore, così che quelle
terre che fino a quel momento avevano goduto di
un clima buono erano di colpo diventate fredde,
sviluppando condizioni artiche. I Greci conservavano
nella loro mitologia la storia dei popoli iperborei
che vivevano in modo felice e idilliaco nell'estremo
Nord, quella stessa regione che Scrutton identifica
con Atland. Il gigantesco proiettile astrale,
dice Scrutton, aveva prodotto il cratere dell'oceano
Artico, ove fosse possibile prosciugarlo apparirebbe
ai nostri occhi in tutto simile a uno dei grandi
crateri che osserviamo sulla faccia della Luna.
Molti massi e macigni che gli studiosi ritengono
essere stati nei millenni trasportati dall'azione
dei ghiacciai, per Scrutton non sarebbero altro
che i ciclopici frammenti delle rocce disintegratesi
al momento dell'impatto fra la Terra e il grande
corpo celeste. Ma questa parte della sua teoria
è facilmente contestabile. Nella sezione
iniziale dell'Oera Linda, infatti, si dice che
per tutta l'estate che aveva preceduto il diluvio
«il Sole era stato velato dalle nuvole,
come se non avesse più voluto farsi vedere
dalla Terra». C'era stata una calma perpetua
e «una nebbia spessa come sudore si era
distesa sulle case e sui campi». Poi, all'improvviso,
«nel bel mezzo della quiete più profonda,
la terra aveva incominciato a tremare come se
stesse per esplodere e i monti si erano aperti
per vomitare fuoco e fiamme». Non ci sono
dubbi che si tratta della descrizione di una eruzione
vulcanica, quella che si crede abbia distrutto
Atlantide, che non sarebbe stata sommersa dall'onda
di marea causata dall'impatto con un meteorite.
Con questo dobbiamo, per forza, abbandonare l'ipotesi
della caduta del corpo celeste? Non del tutto.
Certamente un grande meteorite precipitato al
Polo Nord avrebbe sollevato ondate a dir poco
spaventose, ma se la calotta polare era ricoperta
di ghiaccio, le ondate non avrebbero forse avuto
l'energia sufficiente per sommergere le isole
britanniche e l'isola continente di Atland. Al
contrario, la violenta attività vulcanica
che ne sarebbe conseguita avrebbe potuto generare
un vero e proprio maremoto, come quello che alcuni
storici ritengono abbia distrutto e inghiottito
l'isola di Santorini (e più tardi Krakatoa).
Scrutton cita anche un brano tratto dal testo
sacro ed epico finlandese il “Kalevala”
dove si racconta del Sole scomparso dal cielo
e del mondo congelato. La correlazione temporale
colloca questi eventi nel periodo in cui i Magiari
(gli attuali Ungheresi) e i popoli finnici erano
ancora un unico ceppo umano, vale a dire circa
tremila anni or sono. Secondo Scrutton, nelle
cosiddette "mappe geografiche degli antichi
re del mare" così ben studiate dal
professor Charles Hapgood, esisterebbe la conferma
della catastrofe di Atland. Ma, ancora una volta,
sorge un'obiezione. Alcuni carotaggi di terreno
eseguiti nel territorio antartico noto come Terra
della Regina Maud, rivelano che l'ultimo periodo
in cui le terre del Polo Sud non erano ricoperte
di ghiacci risalirebbe al 4000 a.C. Ne conseguirebbe
che le grandi civiltà che redassero le
mappe di Hapgood avrebbero dovuto esistere e fiorire
ben prima. Questo, ovviamente, non esclude la
possibilità di una catastrofe un paio di
millenni dopo: forse la civiltà di Atland
era durata duemila anni, come quella degli Egizi;
ma se Hapgood ha ragione e le civiltà di
cui fantastica vissero seimila anni or sono per
poi essere completamente dimenticate a seguito
di straordinarie catastrofi, è evidente
che metter d'accordo queste due teorie è
alquanto complicato. Esiste però un modo
per farlo senza compiere salti mortali o ipotizzare
soluzioni ancora più assurde delle teorie
stesse. Hapgood sostiene che le antiche mappe
sono la testimonianza di una civiltà marittima
espansa in tutto il mondo conosciuto, esistente
sin da molto prima dell'era di Alessandro il Grande.
Proviamo, dunque, ad accettare l'esistenza di
questa civiltà, che possiamo ipotizzare
fiorente subito dopo l'ultima grande glaciazione,
vale a dire il 10.000 a.C. Seimila anni dopo questa
civiltà si è ampiamente sviluppata
nell'Antartico e nell'isola continente di Atland.
In altre parti del mondo, come per esempio il
Medio Oriente, è meno fiorente, anche se
esistono già città ed è già
stata scoperta l'agricoltura. Per ragioni ignote
- ancora oggi, in effetti, nessuno sa con precisione
perché si siano verificate le glaciazioni
- il freddo era tornato e le popolazioni antartiche
erano state costrette a migrare altrove, trovando
rifugio soprattutto in Egitto. La gente di Atland,
invece, dimorando in una fascia più temperata,
non era stata investita così pesantemente
dal freddo e aveva potuto continuare a restare
nell'isola continente. Poi nel 2192 a.C. era sopraggiunta
la grande catastrofe che aveva spostato l'asse
terrestre. Era stato allora che gli abitanti di
Atland, come prima quelli del Polo Sud, erano
migrati, spostandosi logicamente verso il sud,
in quelle regioni che non erano state colpite
dall'arrivo del ghiaccio e dalle distruzioni provocate
dalla catastrofe come, per esempio, l'India e
il bacino del Mediterraneo. Se questo scenario
possiede una logica, allora sia la teoria di Hapgood
che quella di Scrutton sono valide. Una cosa,
per lo meno, sembra chiara: le mappe degli antichi
re del mare dimostrano l'esistenza di antichissime
civiltà marinare, nate molto tempo prima
dell'era di Alessandro il Grande. Al pari delle
mappe, anche il Libro di Oera Linda testimonia
questi fatti. Qualora il manoscritto risultasse
essere una falsificazione, la cosa non inficerebbe
però l'autenticità delle mappe.
A tutt'oggi, comunque, non esistono prove che
il libro sia un falso. È per questo motivo
che sarebbe quanto mai utile una nuova, moderna
edizione del testo, non solo per consentire agli
studiosi di valutarlo appieno, ma anche per permetterne
la lettura ai lettori comuni, certamente affascinati
dai tanti racconti di battaglie e uccisioni. Certo
che se per caso qualcuno dimostrasse che il Libro
di Oera Linda è autentico, ossia racconta
fatti realmente accaduti, allora la storia dell'umanità
dovrebbe essere completamente rivisitata. |
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