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BIGFOOT |
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Come
la strepitosa sfida all'OK Corrai, anche
l'assedio del cosiddetto Canyon della
Scimmia è entrato a far parte del
folklore americano.
La storia incominciò nel 1924,
presso un gruppo di minatori insediati
sulle pendici del monte Sant’ Elena
nello stato di Washington, a poco più
di 100 km di distanza a nord di Portland,
nell'Oregon.
Un giorno, alcuni di loro videro una specie
di grossa scimmia uscire dal folto degli
alberi. Uno aveva fatto fuoco con un fucile,
convinto di averla colpita alla testa.
Ma la creatura aveva trovato riparo nella
foresta.
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Poi
un altro minatore, Fred Beck che si sarebbe deciso
a raccontare l'episodio solo trentaquattro anni
dopo aveva incontrato un altro scimmione lungo
il pendio del canyon e gli aveva sparato tre colpi,
ferendolo alla schiena.
L'animale era scivolato per il crinale, accasciandosi
come morto, ma quando i minatori erano accorsi
sul posto non avevano trovato nulla. Quella stessa
notte, dal crepuscolo al mattino, le loro baracche
erano state assediate da misteriose creature che
avevano picchiato alle porte, lanciato sassi ed
erano salite a battere sul tetto. Spaventati,
i minatori erano stati costretti a rinforzare
le porte puntellandole dall'interno e avevano
sparato alla cieca nel buio della notte e attraverso
le feritoie delle pareti e del soffitto. Ma a
poco era valso. Le creature erano evidentemente
molto arrabbiate e determinate e non avevano desistito
dall'attacco che si era protratto fino alle prime
luci dell'alba. Quello stesso giorno i minatori
avevano abbandonato l'accampamento. Secondo la
descrizione fatta da Beck, "Bigfoot"
è una creatura alta non meno di 2,40 m,
robusta e muscolosa. Assomiglia a un gorilla,
ma alcune caratteristiche, come per esempio l’uso
delle pietre da lanciare, inducono a ritenerlo
anche molto simile a un uomo. Il racconto dell'assedio
subito da Beck e dai suoi compagni, unitamente
ad altre testimonianze, sul finire degli anni
Cinquanta rese Bigfoot una specie di celebrità
nazionale. In realtà storie simili circolavano
da secoli nelle tradizioni locali. Gli indiani
Salish della Columbia britannica chiamavano queste
creature "Sasquatch", che significa
"uomo selvatico delle foreste". Le tribù
indiane della California del nord le chiamavano
"Oh-mah-ha"; mentre per quelle della
zona delle Cascades erano "Seeahtiks".
L'esistenza di intere colonie di questi esseri,
oggi tranquillamente viventi nel nord degli Stati
Uniti e dei Canada suona, bisogna ammetterlo,
decisamente assurda; anche se sono poche le persone
che si rendono conto veramente di quanto estese
siano le foreste di conifere di queste terre sterminate.
Milioni di chilometri quadrati di macchie totalmente
disabitate, per gran parte ancora inesplorate,
dove, per assurdo, anche mandrie di giganteschi
dinosauri potrebbero passare inosservate. La più
antica storia relativa a impronte di Sasquatch
risale al 181. Mentre stava valicando i passi
montani che si elevano alle sorgenti del fiume
Colombia, nei pressi dell'odierna Jasper, nello
stato di Alberta, il celebre esploratore David
Thompson e il suo compagno di avventura, si erano
imbattuti in una profonda impronta, lunga più
di 40 cm, caratterizzata da quattro dita munite
di unghioni. Thompson, per quanto interdetto,
aveva subito pensato a un gigantesco grizzly,
ma il compagno lo aveva dissuaso, facendogli notare
che gli orsi hanno cinque dita; osservazione corretta,
ma che non pregiudicava la soluzione, potendosi
immaginare un orso privo di un dito. Il 4 luglio
1884 il «Daily Colonist» di Victoria,
Columbia britannica, pubblicava un articolo sulla
cattura di un Bigfoot. Jacko (nome con cui veniva
indicato il cacciatore) aveva catturato un esemplare
dalle ridotte dimensioni, alto non più
di 120 cm e pesante soltanto una sessantina di
chilogrammi. L'essere era stato avvistato da un
gruppo che si stava muovendo lungo il fiume Fraser,
da Lytton a Yale, sotto i monti Cascade, ed era
stato catturato con relativa facilità.
Aveva lunghi e spessi capelli neri e una folta
peluria che ricopriva tutto il corpo. Le braccia
erano più lunghe di quelle di un uomo e
aveva la forza sufficiente a spezzare in due un
grosso ramo. Sfortunatamente, dopo questa citazione,
del misterioso Jacko si perdono le tracce, anche
se il naturalista John Napier testimonia che la
creatura venne a più riprese esibita presso
il circo Bamum e il circo Bailey. Nel 1910 Bigfoot
torna alla ribalta per una brutta storia avvenuta
nella valle di Nahanni, presso il Grande Lago
degli Schiavi, nei Territori del nord-ovest. I
due fratelli MacLeod furono trovati decapitati
in un anfratto della valle, che da quel giorno
venne appunto ricordata come la Valle dei decapitati.
In realtà, l'ipotesi più plausibile
farebbe pensare a un attacco indiano o di qualche
gruppo di desperados, tuttavia, all'epoca, si
parlò di Bigfoot, fatto che andò
ad aggiungere un tocco di horror a una leggenda
già consolidata. Nel 1910 sul «Seattle
Times» comparve un articolo sui cosiddetti
"diavoli della montagna" che avevano
assediato la capanna di un cercatore d'oro sul
monte San Lorenzo, nei pressi di Kelso. Gli attaccanti
erano descritti come umanoidi per metà
mostruosi, dalle fattezze gigantesche, alti dai
2 ai 2,50 m. Gli indiani locali, appartenenti
alle tribù dei Clallam e Quinault, ben
li conoscevano e li chiamavano Seeahtiks. Nelle
loro leggende si dice che l'uomo derivò
dagli animali e che per questi esseri la creazione
si era come fermata a metà, sospesa. Una
delle storie più eclatanti legate alla
presenza di un Bigfoot risale al 1924, sebbene
non sia stata divulgata che molto tempo dopo,
nel 1957, portata alla luce da John Green, autore
del libro On the Track ofthe Sasquatch. Albert
Ostmail, taglialegna e falegname, stava cercando
dell'oro alle fonti del fiume Toba nella Columbia
britannica, quando un giorno per la prima volta
aveva sentito parlare da un barcaiolo indiano
della "grande razza" che viveva sulle
mondiglie. Dopo una settimana di sopralluoghi
aveva infine sistemato un campo base di fronte
all'isola di Vancouver. La mattina successiva
aveva però avuto una sorpresa: le provviste
erano state saccheggiate da qualcuno. Per scoprire
chi poteva essere il ladro, la seconda notte aveva
solo fatto finta di andare a dormire, restando
silenzioso in attesa nel sacco a pelo con un fucile
carico ben imbracciato. Qualche ora più
tardi era stato svegliato: «Venni ridestalo
da qualcosa o qualcuno che mi toccava. Ero addormentato
e dapprima non mi riuscì di comprendere
quel che mi stava capitando. Appena misi insieme
qualche idea mi resi conto che, infagottato nel
mio sacco a pelo, mi stavo muovendo». Dopo
un po' chi lo stava trasportando lo aveva deposto
a terra. Era così riuscito a sgattaiolare
fuori dal sacco a pelo e si era trovato alla presenza
di una famiglia di quattro Sasquatch: il padre,
un grande esemplare maschio alto quasi 2,50 m;
la madre, un figlio e una figlia ancora molto
piccola. La femmina adulta era alta almeno un
paio di metri, poteva si e no avere una quarantina
d'anni e pesare almeno 200 kg. In apparenza non
sembrava volessero fargli del male, ma, di sicuro,
lo tenevano d'occhio per non lasciarlo scappare.
Gli venne da immaginare che, forse l'avrebbero
trattenuto come compagno per la femmina più
giovane, ancora immatura e senza seno. Dopo essere
stato costretto a trascorrere sei giorni con loro,
era riuscito a riprendere il fucile e a far partire
qualche colpo. Nella confusione generale, mentre
le creature si nascondevano per difendersi, se
l'era data a gambe. Quando Green gli chiese come
mai avesse atteso tanto tempo prima di rendere
pubblica quella sua straordinaria avventura, Ostman
rispose che lo aveva fatto perché nessuno
gli avrebbe dato retta. Nel 1928 un indiano della
tribù Nootka di nome Muchalat Harry si
presentò a Nootka, sull'isola di Vancouver,
vestito soltanto del perizoma, trafelato e ancora
visibilmente spaventato. Riferì che mentre
stava recandosi come ogni giorno al fiume per
cacciare e pescare, era stato catturato da un
bigfoot che lo aveva condotto a molti chilometri
di distanza. Sul calare del giorno si era infine
trovato in una specie di accampamento dove c'erano
non meno di venti di quelle strane creature, le
quali gli avevano fatto intendere che l'avrebbero
divorato. Ad un tratto, infatti, uno dei più
grossi gli aveva azzannato il perizoma come per
addentarlo, facendogli intendere che non era in
grado di distinguere la pelle da un indumento.
Per alcune ore, terrorizzato, era rimasto paralizzato
in un angolo, poi, nel pomeriggio, la tribù
sembrò aver perso interesse verso di lui
e si era mosso alla ricerca di cibo. Avuta l'opportunità
di scappare, Harry era filato via e dopo una quindicina
di chilometri, riconosciuti i luoghi, aveva recuperato
la sua canoa. Da qui, dopo una vogata di quasi
60 km aveva raggiunto l'isola di Vancouver, dove
aveva raccontato la sua terribile esperienza a
padre Anthony Terhaar, della missione benedettina
locale. Il padre disse che Harry era arrivato
così prostrato e terrorizzato che era stato
colpito da un improvviso collasso dal quale aveva
potuto riprendersi soltanto molto tempo dopo.
Lo spavento era stato così grande che i
capelli gli erano diventati tutti bianchi. Da
quel giorno non aveva più osato allontanarsi
dal villaggio. Nel 1967, Glenn Thomas, un taglialegna
di Estacada, nell'Oregon, mentre stava tracciando
un sentiero a Tartan Springs sulla Round Mountain,
aveva avuto agio di osservare ben tre figure sconosciute
dai lunghissimi capelli, intente a spostare alcuni
massi per poi scavare per almeno un paio di metri.
Alla fine del lavoro, la creatura femminile aveva
estratto da una tana alcuni roditori che erano
stati divorati sul momento. Gli investigatori
che indagarono sulla sua storia, nel luogo indicato
dal taglialegna, trovarono non meno di una ventina
di grossi buchi e tutto attorno macigni chiaramente
spostati dal peso non inferiore a 200 kg. Nella
zona è comune che castori e marmotte trovino
rifugio in tane sotterranee nel lungo periodo
del letargo. Intanto, uno dei casi più
convincenti era già venuto alla ribalta.
Nell'ottobre del 1967 due giovani, Roger Patterson
e Bob Gimlin, si trovavano a Bluff Creek in una
contea nella California settentrionale, quando
all'improvviso, appena superata la svolta della
vallala, i cavalli, spaventati, li avevano sbalzati
di sella. A circa trenta metri di distanza, sul
crinale opposto della montagna, c'era una grande
creatura scura, con il corpo tutto ricoperto di
pelame, che si muoveva come un uomo. Rogcr, afferrata
la cinepresa, si era messo a filmare. L'essere
- istintivamente riconosciuto come una femmina
- si era fermato, volgendo lo sguardo verso di
loro. «Non sembrava fosse disturbata dalla
nostra presenza, quanto incuriosita dalla macchina
da presa, una cosa certamente nuova per lei».
Quando Patterson aveva provato a inseguirla, si
era subito messa a correre velocemente, tanto
che dopo qualche centinaia di metri si era già
staccata per scomparire nel folto di una foresta
di pini. Il filmato, divenuto celeberrimo, mostra
un essere alto circa 2 m, dal peso stimabile di
una tonnellata o forse più, con capelli
bruno rossicci, seni e natiche prominenti. Raggiunta
una posizione di sicurezza, si era voltata con
fare quasi curioso in direzione della cinepresa,
rivelando un volto completamente ricoperto di
pelo. La punta della testa aveva una forma conica,
una connotazione condivisa sia dai gorilla di
montagna che dal cugino primo del Sasquatch, lo
yeti o "abominevole uomo delle nevi",
al quale in più atteggiamenti sembra senz'altro
assomigliare. Stando agli zoologi, un cranio così
conformato permette di dare una maggiore forza
ai muscoli delle mascelle, chiamale a triturare
rami legnosi. Ovviamente, furono molti i contestatori
che considerarono il filmato come fasullo, affermando
che l'essere altro non era che un uomo di grande
statura vestito con la pelliccia di uno scimmione.
Eppure nel suo bel libro More Things, lo zoologo
Ivan Sanderson cita tre illustri scienziati, i
dottori Osman Hill, John Napier e Joseph Raighl,
tutti concordi nel riconoscere che dal filmato
non si evince alcun dettaglio che induca a pensare
a un imbroglio. D'altro canto, una serie di calchi
di impronte prese proprio nel terriccio della
vallata, segnalavano il passaggio di una creatura
alta non meno di un paio di metri. La versione
asiatica dell'americano Bigfoot è lo yeti,
meglio conosciuto in occidente col nome di "abominevole
uomo delle nevi". Quando nel 1951 l'esploratore
himalayano Eric Shipton stava valicando il ghiacciaio
del Menlung sull'Everest, aveva avuto agio di
osservare grandi impronte di piedi, che aveva
avuto la prontezza di fotografare ponendovi accanto
un'assicella di legno che fungeva da parametro
di comparazione. Si trattava di un piede, di quasi
40 cm di lunghezza e oltre 20 di larghezza, dalla
sagoma curiosa: tre piccole dita e un quarto molto
evidente, dalla forma pressoché circolare.
Quel piede apparteneva senza ombra di dubbio a
un essere che camminava in posizione eretta e
di certo non si trattava né di un lupo
né di un orso. L'unico animale che si poteva
chiamare in causa era l'orangutan, ma queste scimmie
hanno il dito grosso molto più allungato.
Sin da quando gli esploratori europei incominciarono
a visitare le montagne asiatiche del Tibet, sentirono
parlare di una strana creatura, simile a una scimmia
gigantesca, che i locali chiamavano Metohkangmi,
che tradotto in termini letterali significa per
l'appunto "abominevole uomo delle nevi".
Le leggende echeggiavano su una vastissima zona
geografica, dal Caucaso all'Himalaya, dal Pamir
alla Mongolia, fino ai confini estremi della Russia.
Nell'Asia centrale vengono chiamati Mehteh, o
yeti, mentre le tribù orientali usano la
parola Almas. Pare che il primo riferimento a
questi esseri ampiamente diffuso in occidente
sia stato il rapporto, datato 1832, di B.H. Hodgson,
ambasciatore inglese residente presso la corte
reale del Nepal, dove si racconta come i cacciatori
del posto e i nativi in genere, temessero fortemente
la presenza di un "uomo selvatico",
con il corpo ricoperto di peli. Più di
mezzo secolo dopo, nel i 889, fu la volta del
maggiore L.A. Waddell. Mentre stava esplorando
l'Himalaya, a quota 5000 m, si era imbattuto in
alcune grosse impronte, ben impresse nella neve
fresca. I portatori locali, spaventati, gli dissero,
senza esitazione, che si trattava del recente
passaggio di uno yeti, una creatura feroce propensa
ad attaccare l'uomo per cibarsene. Il modo migliore
per sfuggirgli era scendere a valle, perché
lo yeti aveva capelli così folti e lunghi
che, scendendogli sugli occhi nel corso della
discesa, gli impedivano di avere una buona percezione
visiva. Nel 1921 i componenti di una spedizione
guidata dal colonnello Howard-Bury, impegnata
nell'aprire per la prima volta un'ascesa sul versante
settentrionale dell'Everest, avevano osservato
a debita distanza, nei pressi del valico di Lhaptala,
alcune creature scure, contrastanti con il candore
della neve, che i portatori tibetani indicarono
subito come yeti. Nel 1925 N.A. Tombazi, membro
della Royal Geographical Sociely, riferì
di aver tentato invano di fotografare sul ghiacciaio
Zemu un essere che si muoveva goffamente su due
gambe. Purtroppo, nel momento in cui era pronto
allo scatto, questo era svanito nel nulla. E così,
con questo ritmo, leggende e testimonianze si
sono intrecciate fino ai nostri tempi, sempre
connotate da quel tono di mistero e di lieve dubbio
bastevoli per consentire alla scienza di rigettare
ogni cosa, parlando di sogni a occhi aperti, inganni
e mistificazioni. La fotografia scattata da Shiplon
nel 1951 ebbe un'eco straordinaria proprio perché
era stata presa dal componente di una spedizione
scientifica, che non avrebbe avuto alcun motivo
di raccontare frottole. Oltre tutto poi, l'immagine
parlava da sola e non necessitava di alcun commento.
Almeno così veniva da immaginare. Invece
il Dipartimento di storia naturale del British
Museum non la pensava così, tanto che uno
dei suoi più illustri rappresentanti, il
dottor T.C.S. Morris-Scott denunciò al
mondo scientifico che la sua idea era ben diversa
e che l'orma fotografata apparteneva a una creatura,
l'entello himalayano, che i locali chiamavano
langur. La sua decisa affermazione si fondava
sulla descrizione di uno yeti fatta dallo sherpa
Ten Sing, il quale parlava di una creatura poco
più alta di 150 cm, dall'andatura eretta,
il cranio a punta conica e una folta pelliccia
rossastra. Secondo Morris-Scott questa descrizione
collimava alla perfezione con quella del langur.
La principale obiezione a questa osservazione
stava nel fatto che anche il langur, come la maggioranza
delle scimmie, procede quasi sempre a quattro
zampe e vanta cinque dita molto allungate, compreso
quello prominente che non è mai arrotondato.
Alla fine, l'ipotesi venne rigettata dagli stessi
colleghi di Morris-Scott e presto dimenticata.
L'enigma dell'uomo delle nevi continuava pertanto
a restare tale. Un'ipotesi un poco più
fantasiosa è quella proposta dallo zoologo
olandese Bernard Huevelrnans, esposta in una serie
di articoli apparsi a Parigi nel 1952. Egli ricordava
che nel 1934 il dottor Ralph von Koenigwald aveva
scoperto in un'antica farmacia cinese di Honk
Kong alcuni antichissimi denti; la tradizione
cinese attribuisce alla polvere di dente particolari
doti terapeutiche. Fra quei denti c'era un molare
di tipo umano, grande almeno due volte quello
di un normale gorilla adulto, idea che suggeriva
fosse appartenuto a una creatura alta circa 6
m. Alcuni approfondimenti rivelarono che il mostruoso
gigante - divenuto noto in tutto il mondo col
nome di gigantopithecus - si era estinto da circa
mezzo milione di anni. Per Huevelrnans, dunque,
l'impronta che Shipton aveva fotografato doveva
appartenere a un erede, chissà come sopravvissuto,
del gigantopithecus. La sua teoria venne snobbata
e solo pochi colleghi si degnarono di prenderla
in considerazione. Nel 1954 il giornale «Daily
Mail» finanziò una spedizione al
fine di catturare (o per lo meno riuscire a fotografare)
uno yeti. Dopo 15 settimane di inutili sopralluoghi,
tutto si era concluso senza il minimo successo,
se solo si fa eccezione per un'informazione decisamente
importante. La spedizione aveva scoperto che in
molti monasteri tibetani erano conservati scalpi
di yeti, considerati preziose reliquie. In alcuni
casi una visione diretta aveva consentito osservazioni
affascinanti. Erano tutti lunghi e conici, simili
a una mitra vescovile, e ricoperti da un fitto
pelame, compresa una specie di "cresta"
nel centro, composta da capelli diritti. In un
caso si era scoperto che lo scalpo gelosamente
conservato era un falso, vale a dire era stato
ottenuto con alcuni brandelli di pelle di animale
cuciti insieme. Tuttavia, tanti altri risultavano
ricavati da un solo pezzo di pelle. Frammenti
di capelli prelevati da questi scalpi li rivelarono
appartenenti ad animali sconosciuti. Insomma,
anche se lo yeti non era stato catturato, erano
comunque emerse prove più che sufficienti
a dimostrarne l'esistenza. Ma niente da fare,
neppure questa volta. Quando a Sir Edmund Hillary
venne concesso, in segno di grande onore, di trattenere
uno scalpo per qualche tempo - ricordiamo quanto
l'oggetto fosse tenuto in alto riguardo presso
i sacerdoti tibetani - Bernard Huevelmans ebbe
l'opportunità di studiarlo a fondo. Disse
che gli ricordava la sagoma della testa di una
grande capra di montagna che aveva avuto modo
di osservare a lungo in uno zoo negli anni prima
della guerra. Questo tipo di caprone, grande e
massiccio, vive anche in Nepal, la terra per eccellenza
dell’abominevoli uomo delle nevi. Huevelmans
ne aveva allora portato uno a fini di studio presso
il Royal Institute di Bruxelles, dimostrando con
una comparazione dettagliata che anche gli scalpi
conservati dai preti tibetani appartenevano a
questo genere di animale. La pelle era stata appiattita
e lavorata col vapore, ma non si poteva parlare
di un falso deliberato. Si trattava di un copricapo
che veniva indossato dai sacerdoti celebranti
nel corso di particolari riti. La tradizione era
antichissima e risaliva a tempi sconosciuti. Gli
scalpi risalivano a questi periodi, erano stati
tramandati come scalpi di yeti e tutti continuavano
a ritenerli tali. A questo punto, era diventata
convinzione comune che la storia dello yeti altro
non fosse che una leggenda. Eppure, anche questa
volta si trattò di una conclusione affrettata.
Certo, i tanti europei che si erano spinti alla
ricerca della misteriosa creatura potevano anche
essersi sbagliati nel sostenere di aver visto
una cosa anziché un'altra; ma come si potevano
liquidare con tanta facilità le impronte,
avvistate e fotografate in abbondanza? Nel 1955
un francese, l'abate Bordet, ne vide addirittura
tre serie. Nello stesso anno il capo di una spedizione,
Lester Davies, ne filmò altre. Nel giugno
del 1970, lo scalatore Don Whillans sostenne di
aver scorto una creatura molto simile a una grossa
scimmia sui contrafforti dell'Annapurna e nel
1978 Lord Hunt fotografò alcune nitide
impronte. Nel frattempo anche in Russia cominciarono
a venire allo scoperto alcune testimonianze. Nel
1958 il tenente colonnello Vargen Karapetyan pubblicò
su un giornale moscovita a larga tiratura un ampio
articolo sullo yeti - da quelle parti conosciuto
come Alma - intervistando a lungo il più
noto esperto del campo, il professor Boris Porshnev.
Nel dicembre del 1941 la sua unità operativa
stava combattendo contro i tedeschi invasori sul
fronte del Caucaso, nelle vicinanze di Buinakst.
Un giorno erano andati da lui alcuni partigiani,
i quali lo avevano sollecitato ad andare a vedere
un prigioniero appena catturato. Gli dissero però
che avrebbe potuto osservarlo solo da lontano,
perché non appena era stato ricoverato
dentro una stanza al caldo si era denudato e aveva
incominciato a sudare in abbondanza, per di più
era pieno di pulci dalla testa ai piedi. Si trattava
di un essere senz'altro diverso da una scimmia:
nudo, sporco e spettinato, pareva sordo e spaesato,
vacillante. Karapetyan aveva voluto egualmente
avvicinarlo. Quando gli aveva scostato i lunghi
capelli incolti dal viso per guardarlo in volto,
la più netta impressione ricevuta era una
silenziosa richiesta di pietà e aiuto.
Era evidente che non capiva ciò che gli
veniva detto. Alla fine Karapetyan se n'era andato,
invitando il gruppo di partigiani che lo aveva
in custodia a pensare che fare di quello strano
uomo. Qualche giorno dopo gli era giunta la notizia
che era scappato. Ovviamente, la storia puzza
di bruciato, come si dice. Eppure, un rapporto
del Ministero dell'Interno del Daghestan confermò
ogni cosa, aggiungendo una nota decisiva in più.
L'uomo selvaggio era stato giudicato dalla corte
marziale e giustiziato come traditore. Nel gennaio
del 1958 il professor Alexander Pronin, dell'Università
di Leningrado, riferì di aver visto un
Alma. Si trovava nel Pamir, quando ad un tratto
aveva scorto, sullo sfondo delle rocce, una creatura
ignota che si stava arrampicando. Aveva una sagoma
umana, con lunghi capelli rossicci. Quando si
era accorto della sua presenza, era rimasto a
guardarlo per quasi cinque minuti, poi era scomparso.
Tre giorni dopo, il contatto a distanza si era
ripetuto in quello stesso posto. Per una serie
di logici motivi, la dottrina marxismi non accettava
l'idea dell'uomo selvatico, ma quando le notizie
incominciarono ad accumularsi, l'evidenza non
potè più essere negata. Dobbiamo
a Boris Porshnev la raccolta di tutte le testimonianze
di avvistamento di un Abominevole nel mondo russo,
una serie di notizie di cui Odette Tchernine si
è ampiamente servita per il suo notevole
libro intitolato The yeti. Proviamo, adesso, a
sintetizzare i fatti: la prova relativa all'esistenza
reale di una creatura singolare chiamata yeti.
Alma, Bigfoot, Sasquatch o "abominevole uomo
delle nevi" è piuttosto acclarata
e centinaia di segnalazioni inducono a credere
non possa fondarsi soltanto su fantasie e immaginazioni.
Se, dunque, un essere simile esiste per davvero,
di che cosa potrebbe trattarsi? La professoressa
Myra Shackley, assistente di archeologia presso
l'università di Leicester, sostiene di
saperlo. È convinta che lo yeti sia un
uomo di Neanderthal sopravvissuto. La sua ipotesi
viene condivisa in pieno dalla Tchernine, sulla
scorta del suo attento studio dei molti casi sovietici.
Come sappiamo, l'uomo di Neanderthal è
il predecessore dell'attuale umanità. Le
prime tracce della sua comparsa vengono fatte
risalire a circa 100.000 anni or sono. Era più
piccolo e più simile a una scimmia che
non l'uomo d'oggi, dotato di una fronte sfuggente
e di una mandibola prognata. Viveva in caverne
e i mucchi di ossa di animali commestibili rintracciate
in questi rifugi attestano che le donne erano
delle casalinghe poco ordinate e pulite. Probabilmente
era anche dedito al cannibalismo, tuttavia non
si può dire avesse soltanto tratti animaleschi.
Il ritrovamento di alcuni pigmenti colorati all'interno
delle grotte abitate, dimostra, per esempio, che
amava i colori e certamente apprezzava la bellezza
dei fiori. Inoltre, poiché aveva l'usanza
di seppellire i morti, è presumibile immaginare
che credesse nell'aldilà. Alcune misteriose
pietre arrotondate e graffiate, inducono ad attribuirgli
anche una qualche forma di religiosità,
forse un culto solare. Il nostro antenato più
diretto, il cosiddetto uomo di CroMagnon, si affacciò
sulla Terra soltanto 50.000 mila or sono ed è
a lui che dobbiamo le celebri raffigurazioni rupestri.
Col suo arrivo, l'uomo di Neanderthal scompare
all'improvviso, secondo una dinamica che ancora
oggi la scienza non è in grado di spiegare.
L'idea generale è che sia stato completamente
annientato e sostituito dal CroMagnon. Nella sua
opera dal titolo The Neanderthal Question, lo
psicologo Stan Gooch avanza una tesi sconcertante:
questo nostro antichissimo antenato non si sarebbe
estinto del tutto e le femmine congiunte con i
maschi dei nuovi arrivati CroMagnon avrebbero
dato origine a una sottorazza diversa, i cui discendenti
sarebbero stati il ceppo originario della razza
ebrea. (È bene sottolineare che lo stesso
Gooch è un ebreo). Secondo lui l'uomo di
Neanderthal vantava doti psichiche superiori a
quello di CroMagnon e quelle possedute dall'uomo
moderno deriverebbero proprio da questa razza
antica. Che si condivida o meno la teoria di Gooch,
non è comunque impossibile immaginare che
l'uomo di Neanderthal non ce l'abbia fatta a sopravvivere,
scacciato in qualche enclave segreta e solitaria
dalla nuova razza di uomini che si stava impossessando
del pianeta. La già citata Myra Shackley
ha setacciato i monti Aitai spingendosi fino alla
Mongolia ed è convinta che l'Alma esista
davvero: «Vivono all'interno di caverne,
cacciano per procurarsi il cibo, utilizzano attrezzi
in pietra e vestono con pelli di animali lavorate».
Fra i tanti casi, la Sheckley ricorda quello di
un dottore russo che nel 1972 ebbe in ventura
di incontrare un'intera famiglia di Alma. Anche
Odette Tchernine riporta molti episodi simili
e lo stesso fa il professor Porshnev, il quale
ha portato alla luce un gran numero di tradizioni
popolari legate alla presenza dell'uomo selvatico
e di queste misteriose creature. Presso gli Abzachiani,
per esempio, sono ancora oggi vivissime le leggende
di Alma catturati e condotti nel mondo civile
e addomesticati. La Tchernine parla di loro chiamandoli
pre ominidi. Porshnev ha investigato di persona
su un caso di estremo interesse riguardante un
esemplare femmina di Alma catturato a metà
del XIX secolo nella regione dell'Ochamchir. Alcuni
cacciatori della zona, imbattutisi in un Alma
femmina, l'avevano catturata e portata al villaggio.
Aveva un aspetto scimmiesco, con lunghi capelli
scuri e pelo sul corpo. Violenta e cattiva, per
anni non c'era stato verso di addolcirne il carattere
ed era vissuta in una gabbia, dentro la quale
i custodi gettavano il cibo. Le era stato assegnato
il nome di Zana. Porshnev riuscì ancora
a intervistare alcune persone che l'aveva vista
e la ricordavano, fra cui un uomo di oltre centocinque
anni. Poi, finalmente, si era calmata e aveva
incominciato a socializzare. Poco alla volta aveva
imparato a compiere qualche piccolo lavoro, come
per esempio sgranare le pannocchie di granturco.
Aveva un grande seno, gambe e braccia muscolose,
dita sottili e lunghe; odiava il caldo e preferiva
stare al freddo. Andava pazza per l'uva, che divorava
a grappoli, amava bere il vino: beveva parecchio
per addormentarsi di colpo riposando profondamente
per ore e ore di fila. Era divenuta madre in più
di un'occasione con padri diversi, ma i figli
erano tutti morti, per quella sua mania animalesca
di trattarli troppo rigidamente, per esempio andandoli
a lavare nel fiume ghiacciato (poiché i
neonati potevano ormai considerarsi esseri quasi
umani, non avevano ereditato la straordinaria
resistenza al freddo della genitrice). Alla fine,
i paesani decisero di sottrarle l'ultima, chiamiamola
così, cucciolata. I bambini erano stati
allevati nel villaggio ed erano cresciuti sani
e molto simili a normali esseri umani. Avevano
imparato a parlare e ragionavano in modo logico.
Il più giovane è morto in tempi
relativamente recenti, nel 1954 (Zana se n'era
andata nel 1890). Porshnev ha avuto modo di incontrare
due pronipoti di Zana, constatandone la pelle
scura e le fattezze di tipo negroide. Uno dei
nipoti, un certo Shalikula, possedeva una mascella
così potente da essere in grado di reggere
fra i denti una sedia con un uomo seduto sopra.
Al di là di qualsiasi altro discorso, ci
sembra che questa sia una prova quanto mai evidente
che l'esistenza dell’abominevole uomo delle
nevi, potrebbe non essere affatto frutto di immaginazione.
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